Leggi il settimanale
Cerca
Edicola digitale
+

Mafia e appalti, il "metodo" degli appartamenti: sparita nel nulla la pista su magistrati e boss

Esplora:

Angelo Jannone*
  • a
  • a
  • a

Nei giorni in cui infuria la polemica, con difese d’ufficio improbabili dei protagonisti, da parte di alcune testate che in passato non si sono risparmiate, anche di fronte a sentenze assolutorie, sulla vicenda trattativa e sulla criminalizzazione del Generale Mori e del Colonnello De Donno, sono molti gli interrogativi che meriterebbero risposte.

La domanda è: è davvero tutto già stato chiarito sulla stagione delle indagini su "mafia e appalti" sul prima e sul dopo la stagione delle stragi? O è una storia ancora tutta da riscrivere?

E ancora: siamo certi che tutte le piste investigative siano state percorse fino in fondo?

O alcune, pur fondate su elementi concreti e convergenti, sono rimaste ai margini senza che se ne comprendano le ragioni?

 

Domande che tornano attuali mentre riaffiorano conversazioni, rapporti anomali e pagamenti in parte in nero di immobili. Come quelli venduti dall’immobiliare Raffaello S.p.A. dei noti Buscemi e Bonura, secondo le indagini di Caltanissetta, ad alcuni magistrati eredi proprio dell’inchiesta mafia appalti. Personaggi già indicati nella relazione dell’onorevole Pio La Torre, trucidato da Cosa Nostra nel 30 aprile 1982, come imprenditori vicini a Cosa Nostra ed elementi centrali del Rapporto Mafia-Appalti.

Tutte dinamiche, insomma, riconducibili a quella stagione. Perché ogni volta che si riapre quel capitolo, accanto alle ricostruzioni consolidate, emergono tracce rimaste sospese, mai del tutto chiarite.

È in questo spazio - tra ciò che è stato approfondito e ciò che è rimasto sullo sfondo - che si colloca una pista dimenticata, ma tutt’altro che marginale.
La prima fonte è un’intercettazione ambientale raccolta a Corleone dai Carabinieri.

Siamo nel 1991. Giovanni Falcone da circa un anno aveva autorizzato il ricorso a prime rudimentali microspie nelle abitazioni dei familiari di Salvatore Riina e Leoluca Bagarella.

In una delle tante conversazioni intercettate dai carabinieri, il nipote di Totò Riina, Giovanni Grizzaffi, reggente della famiglia corleonese, facendo riferimento a dinamiche interne a Cosa nostra, ed alla risoluzione di un problema impellente, rassicurava le sorelle di Leoluca Bagarella e cognate di Riina: «Ho parlato con Giovanni Brusca e con Ciccio Madonia...». Ma di cosa?

Quello che veniva descritto era un disinvolto sistema di rapporti tra alcuni magistrati palermitani e boss di Cosa Nostra, fondato su utilità che non passavano necessariamente dal denaro, ma anche da benefici concreti, tra cui la disponibilità di appartamenti.

 

Benefici relazioni informali, incontri in casa. Su quella pista i primi riscontri ci furono. Quanto bastava a trasformare una indicazione investigativa in una linea di approfondimento strutturata.

Ma Giovanni Falcone oramai indebolito dall’interno era in partenza per il suo nuovo incarico a Roma. Stessa sorte sarebbe toccata al sottoscritto, all’epoca giovane capitano a Corleone. E di quella traccia, trasmessa a Caltanissetta, non seppe più nulla.

Ma qualche anno dopo, il Ros, sulla scia di quelle indagini, arrestò il capo dei capi, nel gennaio del 1993. Cosa Nostra cominciò a perdere pezzi. A collaborare con la giustizia anche Totò Cangemi, capo mandamento di Portanuova, territorialmente competente sul palazzo di Giustizia.

Un inizio di collaborazione piuttosto controverso. Pentito affidabile? O manovrato? Si disse. Ed proprio lui che in uno dei primi verbali, aveva accennato ad un meccanismo analogo: forme di favore e utilità riconducibili al mondo immobiliare, inserite in una logica di relazione e possibile condizionamento.

 

Due fonti autonome, anche nel tempo, ma convergenti nel delineare uno schema preciso che oggi sembra riaffiorare dall’inchiesta di Caltanissetta.
In presenza di elementi così strutturati, la domanda sorge spontanea: che fine hanno fatto quegli atti? Dove sono confluiti i risultati di quelle attività? Perché una pista fondata su elementi così solidi non ha avuto un seguito documentale visibile?

Ma c’è una seconda domanda, ancora più rilevante sotto il profilo del metodo. Se in una conversazione mafiosa vengono indicati come interlocutori Giovanni Brusca e Francesco Madonia, e se tale contenuto trova un riscontro nelle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, il passaggio successivo dovrebbe essere altrettanto lineare: ascoltare chi, su quei fatti, potrebbe fornire chiarimenti.

E allora: perché Giovanni Brusca non è mai stato sentito su questo specifico punto? È stato mai interrogato sul cosiddetto «metodo degli appartamenti»? Gli è stato chiesto conto di eventuali relazioni o utilità riconducibili a quel contesto?

È auspicabile che oltre ai magistrati di Caltanissetta se ne occupi la Commissione Parlamentare Antimafia, determinata a non trascurare nulla.
Non si tratta di suggestioni, ma di metodo.

 

Perché un’indagine si misura anche su ciò che decide di approfondire e su ciò che resta sullo sfondo. Una pista delineata, accertamenti avviati e poi dispersi, e un protagonista mai sentito su quel punto. Non sono prove, ma nemmeno dettagli trascurabili. Sono elementi che delineano un vuoto.

E nei vuoti investigativi, spesso, si nascondono le domande più scomode.

* GIÀ COMANDANTE DELLA COMPAGNIA CARABINIERI DI CORLEONE

Dai blog