Johannes Sigfrid Edström, svedese, David George Brownlow Cecil lord Burgley, marchese di Exeter, inglese, Adriaan Paulen, olandese, Primo Nebiolo, italiano, Lamine Diack, senegalese. Cinque nomi al vertice nella storia ultracentenaria della Federazione internazionale di atletica istituita nella sede del Parlamento svedese nel pomeriggio del 17 luglio 1912, tre giorni dopo la conclusione della quinta edizione dei Giochi olimpici moderni. Per la presidenza del più classico ed aristocratico degli organismi sportivi internazionali - 19 e 20 agosto, Pechino, dunque ancora Cina, 213 le nazioni attese per il congresso elettivo convocato alla vigilia dei campionati mondiali - due concorrenti, due generazioni appena distanti, Sebastian Coe, 59 anni, inglese di sangue e di censo, e Sergej Bubka, di sette anni inferiore, ucraino, nato, cresciuto e moltiplicato nelle stagioni terminali dell'impero sovietico. Pura, grandissima atletica in due fuoriclasse delle arene mondiali, due protagonisti di un agonismo plastico e contagioso, due seduttori dello sport che fecero della disciplina la centralità del loro mondo toccando in maturità benessere e solidità personale , l'ucraino raccogliendo a piene mani incarichi pubblici e privati e formidabili profitti imprenditoriali in un paese fattosi d'improvviso indipendente, l'inglese seguendo le linee privilegiate di una cultura dove per stile e naturale eleganza si è talora baronetti prima di riceverne le insegne. Nell'aleatorietà dei pronostici, la vigilia segnala tuttavia una leggera prevalenza a favore di Coe, sul cui nome e sul cui programma molto pesa il credito costruito attraverso la felice e invidiabile organizzazione dei Giochi olimpici del 2012, insieme con il convincimento che possa essere lui e non altri l'uomo giusto al comando di un organismo che dopo le rivoluzioni epocali realizzate negli anni '80 e '90 da Nebiolo, con un presidente africano probabilmente più attento ai destini dei suoi quindici figli che al presente e al futuro della disciplina, ha nelle stagioni recenti molto perso in autorevolezza e prestigio internazionale. Meccanismi e formule elettorali sono tali da lasciare incerto l'esito. Accade da quando - toccò proprio al dirigente italiano sradicare privilegi e caste, in apparenza inamovibili, tipici dell'ostinata e classista tradizione britannica - fu assegnata ad ogni Paese affiliato alla Federazione internazionale, dalla sperduta isola del Pacifico alla grande potenza territoriale, identica rappresentatività di voto nel segreto delle urne. Chiunque fra i due prevalga, il marchio dei cinque cerchi sarà tutelato, e non verremo certamente meno al piacere di salutare un campione olimpico, per la seconda volta nella storia, al vertice internazionale della disciplina regina. Se poi dovesse toccare a Sebastian Coe, come gran parte dei paesi europei, Italia in testa con il presidente Alfio Giomi, auspicano, nel brindisi finale sarà inevitabile la prevalenza di gin e real ale nel nome e per conto del discendente di quel lord Burgley che in un giorno del 1928, sulla pista olimpica di Amsterdam, dopo aver dettato legge volando sui dieci ostacoli disseminati nei quattrocento metri del giro di pista, andò a stringere la mano a Luigi Facelli, l'umile soffiatore di vetri di Acqui, avversario, spesso vincente, e sempre rispettato, sulle barriere del mondo.
Testa a testa fra Bubka e Coe
Si elegge il presidente dell’atletica mondiale Scatta la suggestiva sfida tra stelle del passato CHI SONO Il primo uomo a superare i 6 metri - Il re del mezzofondo
