Gran Premio del Giappone, Suzuka, 38 anni e un paio di giorni fa. Nel paddock un vecchio e un ragazzo si stringono la mano, per un momento non parlano, non serve, si guardano e questo basta. Il ragazzo ha 28 anni, il vecchio 81 ed è un mito, il ragazzo lo sta diventando. Tra Soichiro Honda e Ayrton Senna ci sono un mondo e un tempo incolmabile, ma lì, in quel momento, le due mani diventano una, la stessa che Ayrton aveva alzato al cielo, fermo nella sua McLaren inchiodata sulla griglia, mentre gli altri gli sfrecciavano accanto. Una corsa pazzesca quella di Suzuka del 1988; Ayrton parte, recupera tredici posizioni e con il 12 stampato sulla livrea della sua McLaren-Honda brucia Alain Prost, vince la gara e il suo primo mondiale di Formula Uno.
Flash. Fuga in avanti. 2011, emisfero boreale, Forlì, Galliano Park, asfalto, cordoli, miscela che pregna l’aria: due mani strette l’una all’altra portano un padre e un figlio verso il futuro. Marco ha già corso, ruote coperte; il figlio ha poco più di cinque anni, il padre quasi se lo sogna calciatore, ma lui andrà dove vorrà. A cinque anni il kart sul quale Marco aiuta il figlio a sistemarsi è solo un gioco. Così pensa. O forse no. Forse quel gesto è brace che non si spegne, è un testimone che passa, è il detto e il non detto. Qualunque cosa sia stata, Kimi Antonelli nasce lì, con in testa un casco troppo grande, un cuore che batte forte e un tempo veloce che da una pista di kart romagnola vola fino al circuito Hermanos Rodriguez di Città del Messico. Ieri.
Il tempo, già. Proprio come il tempo che nel giorno di Suzuka Ayrton divorò beffando piloti e anche la pioggia. Il tempo di un numero 12 che ritorna, puntuale come un appuntamento con il destino. Dal giorno di Galliano Park, Kimi cresce con i motori dentro e addosso e cresce anche con le loro storie ed è Marco che gli racconta di Ayrton mentre la sera rivedono insieme i dvd con le sue corse e i suoi brividi.
Il 12, già. Kimi ha 12 anni quando Toto Wolff scommette sul futuro; il ragazzino ha vinto solo qualche gara di kart, ma lui lo vuole nel vivaio piloti Mercedes, chiama il padre e non fatica a convincerlo. Forse Wolff aveva chissà come capito chi aveva davanti, o forse aveva solo tirato un dado sul tavolo del destino. Non importa saperlo. Importa che il ragazzino cresce, inizia a vincere praticamente tutto il possibile, passa di categoria, e persino ne salta una la Formula 3 . Kimi guida come se fosse la cosa più naturale del mondo, brucia tempi con la stessa padronanza con cui domina l’asfalto bagnato e il numero, quel numero 12, diventa la sua firma che gli auguro veramente di non cambiare mai.
Il bagnato già. Senna, sul bagnato, era unico. Kimi all’asfalto lucido ha dato subito del tu; ha solo 16 anni quando nel 2022 vince due gare sotto l’acqua al Nürburgring. Lì, nel 1984, un giovane Ayrton su Mercedes 190 aveva battuto una griglia piena di campioni del mondo. Coincidenze, certo. Ma il motorsport vive anche di coincidenze. Il bagnato Ayrton lo dominava correndo, parlando e forse persino vedendo Dio perché per correre e vincere sul bagnato serve coraggio o fede. Ayrton aveva da vendere l’uno e l’altro. Non so se Kimi abbia fede, ma ha il coraggio dei vent’anni. Un coraggio che servirà per vincere e, adesso, caricarsi sulle spalle una vita che è già leggenda.
Il coraggio, già. Nel 2020, nella finale del mondiale kart a Portimão, una caduta sul bagnato gli spezzò una gamba. Kimi aveva quattordici anni. Poteva essere la fine di qualcosa; fu, invece, l’inizio di una fame nuova. L’anno dopo era di nuovo campione europeo.
E poi c’è la velocità di Kimi che brucia le tappe. Campione italiano e tedesco di Formula 4, poi due titoli nelle categorie regionali, un solo anno in Formula 2 e il salto diretto in Mercedes, a diciotto anni, per prendere il posto di Lewis Hamilton. Senna vinse il suo primo mondiale a ventotto anni. Kimi lo ha vinto a venti. Provare a stabilire chi sia il più grande sarebbe fuori luogo e non renderebbe merito a nessuno.
Ieri, a Città del Messico, tra accelerazioni di rettilineo e fughe di curve a esse, Kimi non ha coronato un sogno: lo ha iniziato. Con i suoi 20 anni, Kimi è il più giovane campione mondiale nella storia della Formula Uno e, dopo Nino Farina nel 1950 e Alberto Ascari nel 1953, è il terzo italiano a conquistare il titolo. Sono convinto che Nino, Alberto e tutti gli altri andati avanti adesso lo applaudono in piedi e commossi. Un po’ come tutti noi che aspettavamo dal 1953.
In questa notte di festa, mi piace pensare che quel bambino messo dal padre prima su un gokart e poi davanti ai DVD di Ayrton, abbia finalmente risposto alla domanda che ogni pilota si porta dentro: fin dove posso arrivare?
La risposta, per ora, è in cima al mondo. Il resto è ancora tutto da scrivere a mano.
Le mani di un vecchio e di un ragazzo, a Suzuka, trentotto anni fa. Quelle di un padre e di un figlio, su una pista di kart in Romagna. Adesso quelle di Kimi, che a Città del Messico toccano il cielo.
Non so se le corse abbiano una memoria, ma a volte sembra che si ricordino di tutto: dei numeri, della pioggia, dei gesti e che aspettino soltanto qualcuno capace di raccoglierli.
Kimi lo ha fatto. Ha vent’anni, un 12 sulla macchina e il mondo da prendere nelle mani.
Le mani, già.
