Non figura in nessun albo d'oro dei massimi avvenimenti internazionali. Pure, a distanza d'oltre mezzo secolo, insieme con le prime pagine dei giornali dell'epoca, resta incancellabile l'immagine di un uomo che fece della corsa la sua vita, toccando limiti e tempi che lo resero simbolo non scalfibile di uno sport unico nella sua nobile arcaicità. Settantotto anni, Ron Clarke è scomparso nella lontana Gold Coast australiana, l'invidiabile località turistica di cui in piena maturità aveva assunto la responsabilità amministrativa. Nel 1956, a sedici anni, consapevoli di quanto lasciasse presagire il futuro agonistico del ragazzo, gli organizzatori dei Giochi di Melbourne gli avevano affidato l'ultimo tratto del percorso della fiaccola olimpica. Fu presagio rispettato. A metà degli anni sessanta, aprendo varchi e frontiere ai limiti della macchina umana all'epoca inimmaginabili, Clarke infranse tutti i primati mondiali a disposizione nelle lunghe distanze, per un totale di diciotto, dalle due alle dieci miglia, comprese le distanze metriche sui 5 e 10 mila metri e nell'ora di corsa. Memorabili, su tutte, le imprese realizzate sulle fredde piste del nord Europa, ad Oslo, 14 luglio 1965, 27:39.4 sui 10.000, e a Stoccolma, 5 luglio 1966, 13:6.6 sui 5000. A lungo imbattibile nella corsa contro il tempo, Ron Clarke non andò oltre il terzo posto sui 10.000 metri ai Giochi di Tokyo del 1964, e il quinto e il sesto su 5 e 10 mila quattro anni dopo nell'asfissia dell'altitudine di Città del Messico, quando, recuperato il respiro dopo aver passato il traguardo, dichiarò «non ricordo nulla dell'ultimo giro, solo buio». Quando uno dei giganti dell'atletica mondiale, che l'avarizia del destino aveva privato di una vittoria olimpica, lasciò l'attività agonistica e con essa gli avvertimenti di un cuore traballante, dall'Europa, dalla modesta residenza di Praga e dall'alto delle quattro affermazioni ottenute sui traguardi di Londra e di Helsinki, partì il messaggio commovente di un altro gigante dello sport, Emil Zatopek: «Amico mio, di medaglie ne ho fin troppe, ti prego di accettarne una, perché tu abbia a ricordarti di me».
Lutto nell’atletica
Addio a Ron Clarke Il mito del mezzofondo
