«Una vita al Massimo» (Rizzoli, 201 pagine, 17 euro), ovvero tutte le vite de «er Viperetta». L’autobiografia di Massimo Ferrero, scritta con Alessandro Alciato, racconta nello stile ironico e stralunato che caratterizza il presidente del Sampdoria la strepitosa scalata di un ragazzino di Testaccio con il pallino del cinema. Nato «senza arte né parte da ’na madre che lo lavava cor sapone de Marsiglia come fosse uno straccio, sperando di levargli di dosso l’odore dignitoso della povertà». Un ragazzo che ha conosciuto la durezza del carcere minorile di Porta Portese. Tra piccoli grandi criminali ed «energumeni (dis)educatori» il giovane Ferrero, allora 14enne, è uscito indenne col coraggio guascone che emerge nella prosa immediata e dialettale. Poi le avventure rocambolesche di Cinecittà, prima da autista e factotum, poi da segretario di produzione e produttore, e ancora il viaggio a Cuba da Fidel Castro («Il Lider Maximo con il Massimo leader»). Fino alla scalata al club blucerchiato, Sampdoria, declinata come fosse una città. Una corsa inarrestabile. «Sto correndo, le mie scarpe bicolore - da pinguino, dice qualcuno, Grande Gatsby style dico io, imparassero dal cinema - scivolano sul tappeto verde, al mio fianco undici giovani gladiatori, sono le mie ali».
Dal carcere minorile al boato di Marassi
«Una vita al Massimo» (Rizzoli, 201 pagine, 17 euro), ovvero tutte le vite de «er Viperetta». L’autobiografia di Massimo Ferrero, scritta con Alessandro Alciato, racconta nello stile ironico e...
