Esistono gli Schwazer che mortificano valori e dignità, riempiono di bugie pagine di giornali, rapporti di fiducia e percorsi agonistici mistificando con intrugli vene, muscoli ed arterie, ed esistono personaggi dinanzi alla cui scomparsa c’è solo un commosso accorrere di consensi, mentre sale il rimpianto per una vita spezzata e per la limpidezza di una carriera, esemplare per pienezza di risultati e per grandezza d’animo. Accade in queste ore per la scomparsa di Annarita Sidoti, atleta che con i suoi reiterati successi internazionali, un titolo mondiale e tre europei, ha segnato lungo l’arco degli anni Novanta il migliore periodo vissuto dalla marcia italiana femminile. Quarantacinque anni, da tempo sofferente di un male diagnosticato mentre era in attesa del terzo figlio, lo stesso male che al tempo dei suoi traguardi vincenti aveva irrimediabilmente colpito il suo secondo padre e maestro Pino Dordoni, dal campione olimpico sui cinquanta chilometri nei Giochi di Helsinki del 1952 e dall’allenatore Salvatore Coletta la piccola-grande signora siciliana di Gioiosa Marea aveva appreso e maturato i segreti più nascosti di una specialità tra le più complesse e meno appariscenti dell’intero panorama atletico, recando un contributo ragguardevole alle sorti dei colori italiani. Tre presenze ai Giochi olimpici, sei ai campionati mondiali, 10 titoli nazionali, 47 presenze in maglia azzurra, distanza preferita i dieci chilometri, caratteristiche fisiche minute, sorriso stampato sul volto anche nelle circostanze agonistiche meno agevoli, ovunque testimonianza di un’esuberante vitalità. Prima affermazione di rilievo raggiunta a Spalato, nel 1990, sul traguardo continentale, sorprendentemente doppiata a otto stagioni di distanza ai campionati europei di Budapest del 1998, con l’intermezzo invernale del 1992, pista indoor degli Europei di Parigi e limpido successo sui 3 chilometri, e quattro anni dopo, a La Coruña, con la vittoria individuale in Coppa Europa, propiziatoria di quella complessiva firmata nell’occasione dalla nazionale italiana. Studi fino al conseguimento di una laurea, insieme con un impegno politico e sociale che la portò ad occupare ruoli rilevanti nell’amministrazione civica della località d’origine, al centro dell’invidiabile traiettoria agonistica durata per oltre un quindicennio, con la sua caratteristica struttura minuta, nel 1997, la perla, per Annarita Sidoti, del titolo mondiale conquistato ad Atene sui dieci chilometri con una gara di testa condotta dal primo all’ultimo metro dopo aver seminato le avversarie russe sulla pista e sul prato dello stadio greco e con il titolo di un giornale che nei resoconti del giorno dopo più di tutti seppe dare senso e misura di una grande affermazione, «Sidoti, 10.000 passi per conquistare il mondo». Nel silenzio di oggi, nel rispetto del mondo dello sport, nell’affetto di una comunità cittadina e nel triste rintocco di un campanile posto a ridosso del mare.
Marcia in lutto Addio Sidoti
La piccola grande campionessa azzurra si è spenta a 45 anni per una grave malattia
