Il Carpi è in Serie A. Per varcare lo striscione del traguardo finale è bastato un pareggio senza gol col Bari. Un temporale misto allo champagne dei festeggiamenti ha accolto gli emiliani in paradiso dopo 106 anni di storia. È la favola sportiva del terzo millennio, una di quelle storie da raccontare ai nipoti. E come tutte le favole, inizia così: c’era una volta una principessa che chiamò a Palazzo un eroe carpigiano, e lo premiò con una coppa dorata. Lei era Alessandra di Danimarca - moglie di Eduardo VII - lui era Dorando Pietri, il Palazzo era Buckingham Palace. L’italiano aveva moralmente vinto la maratona olimpica di Londra, ma essendo stato sorretto negli ultimi metri, venne squalificato dalla giuria. Il premio arrivò ugualmente, a furor di popolo. La storia di Dorando Pietri è legata alla favola del Carpi perché il club - nato appena un anno dopo l’impresa londinese - decise di omaggiare l’eroico fornaio prestato all’atletica assumendo come colori sociali quelli della sua divisa olimpica. È stata una maratona lunga anche quella dei biancorossi che - al contrario di Pietri - non sono stati mai supportati. Anzi. La favola è favola proprio perché asseconda il sogno sportivo, e si scontra, vincendo, con le regole di mercato che vorrebbero soltanto bacini d’utenza infiniti, stadi stracolmi e tifosi da spolpare. Al bando l’ipocrisia, andiamo oltre le apparenze. I poteri forti non volevano gli emiliani in serie A. Carpi conta settantamila anime, allo stadio vanno tremila persone, non c’è business, non ci sono abbonamenti tv da vendere, né merchandising da sviluppare: questa volta il dio denaro ha perso. Ha vinto lo sport. Hanno vinto la passione, il sacrificio, la competenza, la meritocrazia, il sudore, ha vinto il sogno di Stefano Bonacini, un imprenditore «self-made», partito con pochi mezzi e tante idee, oggi pronto a espandere il proprio fashion business al Medio Oriente e alla Cina col suo marchio di abbigliamento. Il club emiliano ha dimostrato che si può fare calcio ad alto livello con competenza, buon senso, senza buttare soldi; il presidente ha stanziato un budget di 2.5 milioni (lordi) per gli ingaggi dei giocatori, 750 mila euro per l’intero staff tecnico. Il campionato è «costato» complessivamente 4 milioni e mezzo. Fabrizio Castori è stato il valore aggiunto di questa stagione, un allenatore che ha mangiato il pane duro del dilettantismo, ha fatto la gavetta partendo dall’Eccellenza col Cerreto, vincendo il suo primo campionato col Tolentino per poi risalire la piramide dal basso fino alla Serie A. Dopo aver girato tutti i campi d’Italia Castori dovrà traslocare ancora: il Cabassi non è uno stadio a norma, il Carpi si dovrà trasferire - probabilmente a Parma - per disputare il prossimo campionato in Serie A. Il tecnico di San Severino Marche ha il pregio di conoscere il calcio dei poveri, ha saputo scovare - insieme al ds Cristiano Giuntoli - i calciatori adatti a compiere questa impresa sportiva. Un organico giovanissimo, con un’età media di 23.7 anni, quasi una scuola calcio. La società ha tesserato il bomber nigeriano Mbakogu a parametro zero, ha individuato Di Gaudio nel Castelfranco, ha preso in prestito Struna dal Palermo e il portiere Gabriel dal Milan. Nel mare magnum dei dilettanti ha pescato il fantasista Kevin Lasagna, 21 gol lo scorso campionato in serie D con l’Este. Era scritto nella storia che il momento felice, prima o poi, sarebbe arrivato: il club, fondato nel 1909, inizialmente prese il nome di Jucunditas (felicità) per cambiare poi denominazione in AC Carpi al termine della prima guerra mondiale. È stata una stagione spettacolare, ma il meglio deve ancora venire: Lasagna e Serie A, la felicità è fatta di piccole cose.
Carpi diem
Gli Emiliani prossimi in A spendendo 2 milioni e mezzo
