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La Camera dice sì allo «ius soli sportivo»

Davide Disantod.disanto@iltempo.it Una sorta di «wild card» per lo sport italiano e per le nazionali azzurre consegnata ai tantissimi minori stranieri residenti nel nostro Paese. È il cosiddetto...

Una sorta di «wild card» per lo sport italiano e per le nazionali azzurre consegnata ai tantissimi minori stranieri residenti nel nostro Paese. È il cosiddetto «ius soli sportivo» approvato ieri alla Camera dei deputati con 422 voti a favore, 12 contrari e sei astenuti. La legge, promossa dal deputato di Scelta civica Bruno Molea, dovrà ora passare al vaglio del Senato. Il provvedimento permette il tesseramento dei minori stranieri residenti in Italia da quando avevano almeno 10 anni di età nelle società sportive appartenenti alle federazioni nazionali, alle discipline associate o agli enti di promozione sportiva. Tra i requisiti previsti dal testo il fatto che le famiglie dei ragazzi siano in regola con il permesso di soggiorno. «Si tratta di una norma che vuole porre fine a una discriminazione inaccettabile, quella che impedisce a un ragazzo straniero che vive da sempre in Italia di fare sport agonistico insieme ai suoi coetanei», commenta Molea, che è anche presidente dell’Aics, Associazione italiana cultura e sport. Lo «ius soli sportivo», se approvato anche dal Senato, potrebbe far crescere e di molto il numero dei piccoli atleti azzurri di tutte le discipline. «Se si accetta un minore straniero in una compagine sportiva si accetta anche, se ne ha le qualità, che sia chiamato per una selezione nazionale - continua il deputato - anche perché ha pari diritti rispetto a un cittadino italiano fino al compimento della maggiore età e all’eventuale richiesta di cittadinanza». Alcune federazioni hanno già hanno provveduto ad autoregolamentarsi a riguardo. La Lega, invece, aveva chiesto «un tetto obbligatorio di almeno il 70% di atleti italiani nelle squadre professionistiche e semiprofessionistiche, di ogni disciplina». Emendamento respinto dall’aula. «Questa legge vuole semplicemente fare giustizia - conclude Molea - non dire alle società come fare le formazioni».

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