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Quelle gradinate di legno gialle e rosse

Dall'esordio nel '29 alla chiusura nel '40. Emozioni e racconti di un impianto che ha fatto la storia

Poco più di dieci anni di storia racchiusi in quella costruzione di legno, la fiancate laterali della tribuna dipinte, in diagonale, con il giallo e il rosso che sarebbero diventati il simbolo del calcio nella Capitale, dopo che la fusione di tre società, Alba, Roman e Fortitudo, aveva portato al fonte battesimale il nome della Capitale, diventato emblema del football nel cuore d'Italia. Difficile contenere le emozioni legate all'adolescenza. Su quegli spalti ho visto le mie prime partite, a fianco di mio padre, giornalista, che aveva subito dedicato il suo tifo alla quadra col nome della città più illustre e più ricca di storia. A me aveva trasmesso l'amore per quei colori così vivi e affascinanti, magari facendo forza agli affetti familiari, perché uno di noi sei fratelli aveva già rappresentato la Lazio in una partita di giovanissimi a Vienna, rimasta nella storia. Ma il resto della famiglia aveva raccolto l'appello della nuova formazione, il nostro cuore batteva all'unisono con quello del quartiere popolare che sarebbe rimasto l'erede della squadra appena nata, e lo sarebbe rimasto fino all'inizio degli anni Quaranta, quando l'irrompere della guerra avrebbe decretato la fine del vecchio stadio, forse la struttura in legno era ritenuta troppo pericolosa come focolaio di incendio, anche se in realtà Campo Testaccio non aveva mai destato motivi di seria preoccupazione per l'incolumità degli spettattori. Era costata, quella nuova casa della Roma calcistica, poche migliaia di lire, tutto minuziosamente documentato, spiccioli compresi, sui libri contabili della società. A far sorgere Campo Testaccio sarebbe stato un nome poi rimasto a lungo, con riferimenti fondamentali, nella storia giallorossa. Artefice della realizzazione dell'impianto era stato infatti l'ingegner Silvio Sensi, il papà di Franco. Una specie di tradizione non felicissima è legata ai colori giallorossi, se si pensa che il primo tricolore della storia, quello della stagione 41-42, sarebbe stato ufficializzato lontano dalla stadio più caro ai tifosi, già destinato alla demolizione. L'ultima partita dello scudetto di guerra, la Roma l'avrebbe giocata nell'attuale Flaminio che cambiava denominazione di continuo, seguendo gli umori della politica e degli occasionali eventi, sportivi o meno, anche luttuosi come la dedica al grande Torino sparito nel rogo di Superga. Allora, nei primi anni Quaranta, quello era lo Stadio del Partito Nazionale Fascista e nel turno conclusivo la Roma doveva ospitare il Modena già condannato alla retrocessione, ma deciso a vendere cara la pelle. Ricordo mio padre rivolgere critiche aspre agli ultras dell'epoca, che insultavano i modenesi per la volontà di non regalare nulla. Una lezione della quale ho tenuto conto nell'esercizio della critica sportiva. Ci avrebbero pensato i gol di Cappellini e Borsetti a decretare il primo tricolore della storia, Bazzini il presidente, Schaffer l'allenatore. Una formazione che gli eventi bellici avrebbero poi decimato quello squadrone, sarebbero passati decenni prima di tornare a respirare quel profumo di tricolore, grazie all'avvento di Dino Viola e alle alchimie tattiche di Nils Liedholm. A Campo Testaccio, in altri tempi, lo svedese di ghiaccio sarebbe diventato una leggenda, il calore di quell'impianto lo avrebbe conquistato, Nils sapeva nascondere, ma anche coltivare gelosamente, i propri sentimenti. Piange il cuore al pensiero che Campo Testaccio potrebbe non esistere più, se non nella memoria tuttora vivissima di chi ha avuto la fortuna di guardare le partite della sua squadra del cuore seduto su quelle gradinate di legno.

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