L' ultimo respiro prima dell'apoteosi sulla via dei Campi Elisi, decima italiana in Francia. Ragione e sentimento uniti assieme nella contemplazione dell'impressionante normalità di un campione capace di unire cronaca e storia toccando un traguardo destinato a identificarsi nel punto più alto dell'anno dello sport nazionale. Ultimo colpo prima dell'arrivo a Parigi, i cinquantaquattro chilometri condotti a cronometro con la lucidità del campione e la rassicurante consapevolezza, mai ostentata, di un primo della classe privo di rischi nella severa inviolabilità di classifica. Con la presenza, con l'esattezza estetica delle imprese, con una visibilità di rapporti con il prossimo mai fuori posto, Vincenzo Nibali ha compiuto il piccolo miracolo di riaprire al sorriso l'anima dei tanti che affidano l'autenticità di un esito agonistico alla durezza di tracciati stradali, quando l'atleta e l'uomo ritrovano spesso inalterati i sogni, le esaltazioni o gli incubi della prima infanzia. Mostrata in ogni frazione del lungo itinerario partito oltre Manica della più celebrata corsa del mondo, come sempre, dalle epoche arcaiche vissute nelle prime epifanie del ciclismo, la credibilità del vincitore s'è manifestata nella sua interezza nelle tappe di montagna, quando le ruote subiscono pressioni e strappi al limite della resistenza, quando la strada altera i confini dell'orizzonte, quando l'unica gerarchia, nulla più potendo sostegni di compagni di squadra e d'avventura, viene dettata dalla resistenza dei muscoli e dalle capacità polmonari. L'uomo di Mastromarco ne ha mostrato in misura disarmante, al punto da rendere in pratica di scarsa rilevanza l'assenza di uno scontro totale sia con Chris Froome sia con Alberto Contador, in svantaggio, il secondo, di oltre due minuti dal siciliano nelle prime tappe, scontri divenuti pura metafisica dopo i forzati abbandoni dell'inglese, vincitore nella scorsa stagione, e del campione spagnolo, salito al vertice della corsa in due occasioni, nel 2007 e nel 2009, prima d'uscire ingobbito e sconsacrato sulla via del doping. Uomo normale, atleta che fa con amore il suo mestiere, e non leggenda, s'è definito Vincenzo Nibali. Se possibile, la semplicità di tale cifra autoidentificativa accresce misura e statura di un uomo e di un atleta che un giorno, benedetto dal padre e dalla madre, decise di passare lo stretto di Messina costruendosi con meditata lucidità un'iconografia che i tempi non hanno mai scalfito e di cui il comportamento complessivo al Tour ha proposto, insieme con l'imperatività della conferma, grandiosità di futuri.
Un uomo normale che sa come fare il proprio lavoro
di Augusto Frasca L'ultimo respiro prima dell'apoteosi sulla via dei Campi Elisi, decima italiana in Francia. Ragione e sentimento uniti assieme nella contemplazione dell'impressionante normalità...