Cento anni, oggi, dalla nascita di un gigante dello sport. Quando scomparve, titolo migliore, il giorno successivo: addio, Gino d'Italia. Morendo, si portò dietro un pezzo di storia nazionale e il ricordo di un periodo gigantesco dello sport italiano, vissuto soprattutto durante la drammatica ripresa della seconda metà degli anni Quaranta, quando mezza Italia trovava nell'umanità di Bartali e Coppi, nella convulsa fisicità di tracciati sterrati, di ruote ostili e di salite ingrate ed implacabili, e nella sofferenza impotente degli avversari, un atto di fede e di speranza. Bartali non visse la conclusione tragica del suo antagonista, sfiancato da una malaria contratta in Alto Volta, un male che una semplice pasticca di chinino avrebbe respinto al mittente. Non ebbe vicende sentimentali e familiari tormentate identiche a quelle che afflissero per un decennio l'avversario, salvo la perdita giovanile del fratello Giulio, ciclista anch'egli, simile a quella patita nel 1951 da Fausto Coppi con la morte in gara del fratello Serse. Fu, nella sua normalità di vita, più trasparente, più aperto alla sensibilità del prossimo. La lunghezza di una infinita carriera, iniziata nel 1931 e chiusa, quarantenne, nel 1954, dopo aver firmato l'anno avanti una memorabile affermazione sulle strade di casa nel giro di Toscana, fu tale da certificarne, nell'innocente retorica del tifo, le caratteristiche dell'intramontabilità, acquistata sulle strade d'Italia, di Francia e di Svizzera con statistiche di difficile comparazione. Il fermo agonistico patito negli anni bellici sfavorì, e molto, l'uomo nato a Ponte a Ema, immobilizzato nel pieno della vigoria fisica. In ogni caso, il personaggio Bartali non sarebbe mai stato tale senza Coppi, così come vogliamo ricordarlo, inconsumabile monumento bifronte nella storia ultracentenaria dello sport italiano. Per toccare con mano il ruolo vissuto da Bartali su un mezzo meccanico ferroso ed ostile che solo la tecnologia successiva avrebbe reso più affidabile, con telai leggeri, cambi meno astiosi e più scorrevoli, tubolari meno coriacei, su erte asfaltate e non più corridoi di fango, bisogna ricorrere ai protagonisti dell'ultimo mezzo secolo, ricordare la facilità dei loro assalti alla geometrica verticalità delle salite. Poi, sarà necessario moltiplicare quei valori. Solo dopo aver condotto a termine il confronto sarà possibile accostarsi senza retorica o indulgenze, senza sterili attaccamenti ai miti, ma con sensibilità, con credibilità, con affetto, al ciclista e all'uomo. Che era, rispetto al prossimo, precedente o futuro, altra cosa. Così come altra cosa era Coppi. Giganti, entrambi. L'itinerario agonistico del terziario carmelitano Gino Bartali, immortalato come «giusto» per la sua attività clandestina e coraggiosa a favore degli ebrei in periodi bui dell'Italia, è un tributo da pagare a un'epoca di cui si sono perse le tracce e al saio che ha accompagnato l'ultimo viaggio del pedale di Dio. Nell'anno della seconda vittoria al Tour, la vita di Bartali incrociò la storia del nostro paese. Il 14 luglio 1948, il segretario del partito comunista Palmiro Togliatti rimase vittima di un attentato. Nei fortilizi di partito, nelle fabbriche e sulle strade, la reazione fu forte, sciopero generale, violenze, focolai d'insurrezione con morti e feriti, ponti ferroviari saltati, strade ridotte a barricate. S'è spesso scritto di una telefonata partita da Roma qualche ora dopo l'attentato, destinatario Bartali, mittente Alcide De Gasperi, e di come il presidente del Consiglio avesse sollecitato il ciclista a fare il massimo per ribaltare la classifica del Tour fino a quel momento compromessa. Confermata da Bartali, fu smentita anni dopo da Giulio Andreotti, braccio destro del presidente del Consiglio. Vero o falso l'episodio, quando in Montecitorio irruppe Matteo Tonengo, deputato di Chivasso, dando la notizia dell'affermazione dell'italiano e di una classifica rivoluzionata, l'aula intera esplose in un applauso. Le parole equilibrate di Togliatti dall'ospedale, e la decisione di Giuseppe Di Vittorio, grande sindacalista, di interrompere lo sciopero generale calmarono gli animi, e mitra e bombe a mano rientrarono nella cantine. Con una imprevedibile partecipazione emotiva, un'Italia in pace si ritrovò d'un colpo con il trentaquattrenne campione di Ponte a Ema.
La corsa eterna di Gino Bartali Pedale di Dio sulle strade europee
di Augusto Frasca Cento anni, oggi, dalla nascita di un gigante dello sport. Quando scomparve, titolo migliore, il giorno successivo: addio, Gino d'Italia. Morendo, si portò dietro un pezzo di...