Per chi è cresciuto in un qualsiasi paese della provincia italiana tra la metà degli anni ’80 e la fine dei ’90 la sala giochi è una seconda casa. Luogo di aggregazione e ritrovo, ma soprattutto rifugio nelle giornate in cui si decideva che era meglio tenersi alla larga dalla scuola. Ed era lì che dopo aver inserito il gettone, concentrati quasi fossimo pronti a salire sul ring, noi sceglievamo Hulk Hogan. Confessiamolo. Tra i sei personaggi disponibili nel videogioco WWF Superstars (anno 1989) la maggior parte delle volte la scelta cadeva su di lui. Era il più famoso, ma anche il più forte (almeno credevamo). E poco importa che la vittoria o la sconfitta dipendesse dalla nostra abilità. Tra quei sei c’era anche James Bryan Hellwig. Anche se noi ne ignoravamo il nome. Per noi era The Ultimate Warriors. E lo pronunciavamo con la «r» un po’ arrotata, alla maniera di Dan Peterson che in quegli anni, oltre a raccontarci il basket Nba, ci faceva conoscere il wrestling. Il «guerriero» Hellwig se n’è andato martedì, all’età di 54 anni. Stroncato, pare, da un infarto. In uno sport che in fondo era una grande fiction (non si picchiavano veramente, ma questo lo avremmo capito solo crescendo) lui era uno di quelli che ne esaltavano l’aspetto teatrale. Il volto perennemente truccato, le frange sulle braccia e sugli stivali ad emulare un personaggio a metà tra un indiano americano e Conan il barbaro. La voce fintamente cavernosa nel tentativo di incutere terrore. La chitarra di Unstable di Jim Johnston ad accompagnarne l’ingresso tra le urla dei fan. Era famoso. Ma non quanto Hogan (che nel 1982 si conquistava un cameo in Rocky III e nel 1989 un film da protagonista, Senza esclusione di colpi ). O André The Giant, il cui volto è diventata un’icona grazie allo street artist Obey (lo stesso che ha realizzato il manifesto Yes we can di Obama) e, soprattutto, difficile da dimenticare con il suo corpo smisurato stretto in un costumino nero anni ’30. Forse per questo mentre i primi due avevano fatto il loro ingresso nella Hall of Fame nel 2005 e nel 1993 (anno in cui il «gigante» André è anche morto), lui ha raggiunto il traguardo solo quest’anno. Lunedì, a 16 anni di distanza dell’ultima volta, era tornato sul ring proprio per celebrare il riconoscimento. E rivolto alla folla l’aveva arringata: «Lo spirito di Ultimate Warrior vivrà per sempre». Non si sbagliava. Basta dare un’occhiata al sito della Federazione italiana di wrestling (nata nel 2001 e oggi diventata, così almeno recita la presentazione, «la terza in Europa per numero di spettacoli allestiti»). Ed ecco i lottatori con il volto truccato con ali e aquile a ricordare il loro eroe. Che se ne è andato ad aprile. Lo stesso mese in cui, nel 1990, era diventato campione strappando la cintura ad Hulk Hogan. La scena finale di quell’incontro vede lo sconfitto consegnare il trofeo al «guerriero» che lo guarda incredulo e poi lo abbraccia. «Non si vede mai, non si vede mai» urla Peterson. Ma noi quell’incredibile abbraccio non ce lo ricordiamo. Hulk era il più forte, non perdeva mai.
Addio all’ultimo guerriero del wrestling
È morto a 54 anni stroncato da un infarto The Ultimate Warrior Negli anni ’90 lui e gli altri idoli del ring conquistarono una generazione
