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Quei presunti campioni con il cuore nel portafogli

La dignità, la voglia di sacrificarsi non sono allenabili. Perché ad un giocatore come Quinton Hosley puoi costruire giochi d’attacco ma il suo ciondolrasi senza attributi sul campo, avvilendo il...

L a dignità, la voglia di sacrificarsi non sono allenabili. Perché ad un giocatore come Quinton Hosley puoi costruire giochi d’attacco ma il suo ciondolrasi senza attributi sul campo, avvilendo il talento che madre natura gli ha donato (e irritando il suo datore di lavoro), continuerà ad essere un tratto distintivo come quella faccia inespressiva che certo non l’aiuta. Pensare che la sconfitta contro Reggio Emilia sia solo figlia, assieme agli stop di Jones e Moraschini, dell’indolenza del presunto leader venuto a sostituire Datome, che in una società seria sarebbe cacciato oggi stesso, vorrebbe dire regalare una ciambella di salvataggio ad altri. A Szewczyk per esempio, che si muove sul legno con passo giurassico tipo mammuth. Prendano esempio da chi del professionsimo e dell’attaccamento ai colori ha fatto una ragione di vita. Come Goss , o vedano come Righetti ha saputo farsi trovare pronto alla chiamata dopo tante gare passate a dare conforto dalla panchina ai compagni da spettatore non pagante. E soprattutto escano da Roma e guardino a Montegranaro. Dove Recalcati ha saputo fare della dignità, quella che sfugge a tanti in canotta Virtus, l’arma per dare forza ad un gruppo, quello della Sutor, a cui ogni settimana è stato portato via un pezzo da novanta. Come Mayo ad esempio, che può raccontare ai supponenti ed elefantiaci sodali di come una truppa di brutti, sporchi e cattivi capitanata da Daniele Cinciarini abbia regolato Brindisi, altro tassello verso una salvezza che varrebbe come uno scudetto. Tutto questo con ritardi sugli stipendi, senza certezze sul futuro prossimo e più lontano. Ma quando sotto la canottiera batte un cuore e non si guarda solo al portafoglio tutto è possibile.

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