Sport

La prima volta di Malagò all’Olimpiade

di Augusto Frasca

Ha alle spalle la prima stagione di governo alla testa dello sport nazionale da quando, era il diciannove febbraio 2013, con una manciata di preferenze in più delle settantasei espresse dal Consiglio nazionale del Foro italico tolse di mezzo la ruvida concorrenza di Raffaele Pagnozzi sulla via della scalata a quella che con singolare tasso di presunzione definì essere, tre minuti dall'acclamazione, «la carica più importante del nostro paese», la stessa carica da cui avrebbe tratto risorse vitali, in uomini ed intraprese, tali da fare dello sport «il traino del paese». Nella terra russa consacrata ad ospitare la ventiduesima edizione dei Giochi invernali, nelle vesti di reggitore supremo e di responsabile unico delle sorti dello sport italico nel suo registro ufficiale, Giovanni Malagò è alla sua prima Olimpiade. L'esordio appare complicato. Se non in affanno, sicuramente in salita. L'Italia invernale dell'oggi, l'Italia di nevi e ghiacci, non è infatti quanto legittime aspirazioni istituzionali e personale orgoglio di carica del dirigente avrebbero gradito mettere in preventivo. Sono lontani, con i loro successi, i Giochi d'inizio secolo ventunesimo della statunitense Salt Lake City e di Torino, lontanissimi quelli degli anni Novanta di Albertville, Lillehammer, Nagano, vicinissimi quelli di Vancouver 2012, dove fu doveroso prendere negativamente atto dei malesseri cronici registrati nelle peggiori apparizioni olimpiche del passato. Sarebbe da filistei, ove il consuntivo finale dei Giochi di Sochi rasentasse la mediocrità, attribuirne diretta responsabilità all'attuale dirigenza. Fermo restando che qualsiasi grande risultato conseguito in un'Olimpiade o in un Mondiale mai potrebbe compensare l'insopprimibile ritardo culturale che contraddistingue la società italiana in termini di pratica e di pedagogia sportiva, se le cose in Russia andassero male, per il capo del Foro Italico diverrebbe comunque inevitabile mettere in atto un esame a trecentosessanta gradi sull'organizzazione all'interno dell'apparato olimpico e sull'opportunità di un controllo diverso da applicare sulle varie gestioni federali. L'agenda immaginifica che Malagò ha dispiegato nel corso dell'anno 2013, nel suo generoso procedere da una regione all'altra del territorio nazionale, è ricca di formidabili messaggi e di proclami talvolta accostabili all'utopia. Come definire diversamente un annuncio programmatico che, assieme ad altri non propriamente di dettaglio - vedi la necessità di aggiornare, ridistribuendoli in chiave meno calciocentrica, i finanziamenti federali - fissa in tre punti i traguardi essenziali d'un futuro prossimo sottoscritti dal vertice olimpico nazionale: alla lettera, punto primo, la razionalizzazione della struttura per liberare risorse per lo sport, punto secondo, la costruzione di un legame più forte con il territorio perché in Italia le eccellenze nascono quasi sempre in enclavi e in realtà locali che vanno rispettate, valorizzate e premiate, punto terzo, la soluzione dell'inserimento dello sport nella scuola (locuzione, l'ultima, rischiosa nella sua visibile ambiguità). Premesse ambiziose. Un elenco dovizioso di problemi da affrontare e promesse da mantenere, binomio classico di qualsiasi formulazione programmatica in attesa di verifiche. Se ne parlerà. Intanto, nulla di più sano che limitarsi ad inviare a Sochi auguri agli azzurri.

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