Sessantadue anni, una vita a pane e pallanuoto. Un mondiale, un argento olimpico, tre bronzi, tre scudetti di club (Florentia), per diciassette anni il capocannoniere della serie A, 480 presenze in azzurro, l’unico a poter vantare la presenza a ben cinque edizioni dei Giochi Olimpici e poi campione d’Italia (da allenatore) con la Fiorentina pallanuoto femminile. Basta e avanzano questi numeri per far capire chi era e chi è ancora oggi Gianni De Magistris. Semplicemente un monumento di uno sport, la pallanuoto, che da sempre fa fatica a decollare, che si aggrappa alle imprese dei suoi uomini per salire alla ribalta nazionale. La storia di Gianni De Magistris, fiorentino, che ama Firenze come pochi altri e la pallanuoto, è la storia di un un centroboa che ha scritto una meravigliosa storia a pelo d’acqua. Ancora oggi la gente per strada lo ferma, ovunque, come alcuni giorni fa a Cattolica alla rassegna «Pallanuoto Italia» quando a incoronarlo è stato il sindaco che ha ancora negli occhi le imprese di De Magistris e del Settebello di quegli anni. Nell’immaginario collettivo, si ricordano De Magistris e Pizzo, non certo Gitto o Aicardi, e non per loro demerito. Scusi De Magistris, ma perché la pallanuoto non decolla? «Me lo chiedo da sempre, eppure è uno sport che piace. Ricordo che nel 2004 quando commentavo per la Rai la finale olimpica, ci sono stati 7 milioni di ascolti e uno share altissimo. Erano le 18 del pomeriggio e la gente ha lasciato le spiagge per godersi la partita. Ma non siamo stati capaci di sfruttare l’onda del successo». Come mai? «Un tempo ero convinto che la pallanuoto dovesse giocarsi tutto l’anno, oggi non la penso più così. Ai miei tempi si giocava solo d’estate e non c’era un angolo d’Italia vuoto. Piscine stracolme, la Costoli a Firenze, la Scandone a Napoli e poi Nervi, Recco, Civitavecchia, Camogli, affollate da migliaia di persone. Ultimamente ho partecipato a un torneo amatoriale a Nervi e a vederci c’erano 2000 persone. Se oggi le piscine sono vuote e una volta piene, bisognerebbe interrogarsi e forse cambiare qualcosa». Colpa del campionato? «Un pochino sì, perché oggi c’è crisi, si investe poco. C’è il Recco che domina e le altre a guardare e di sicuro non giova sapere fin dall’inizio chi vincerà il titolo». Stanno per partire i Mondiali di Barcellona, come li vede? «In tv perché oggi faccio il pensionato. Da un lato sono contento, mi godo le cose belle della vita, dall’altro vorrei fare tante cose per uno sport che amo, ma negli ultimi 18 mesi avrò ricevuto al massimo 7-8 telefonate da chi conta, ma nessuno mi ha mai chiesto di entrare a dare una mano. Io sono stato sempre disponibile, ma nessuno mi chiama anche se questo sport credo di conoscerlo molto bene. Ma rispetto al calcio, dove i vecchi campioni vengono messi sempre in primo piano, da noi non c’è questa filosofia. Ai Mondiali di Roma 2009 mi fecero sedere ai margini di una tribunetta e mia moglie entrò solo grazie a Juri Chechi che gli rimediò un biglietto. Credo che chi ha fatto la storia, mondiale e olimpica vada ricordato sempre, soprattutto in occasione dei grandi eventi». Settebello e Setterosa cosa possono fare? «Entrambi possono arrivare a medaglia, ne sono certo. Il compito più difficile spetta alla maschile che ha fatto bene negli ultimi anni, ma ripetersi non è mai facile. Il torneo di Barcellona è impegnativo e bisogna vedere come si presentano gli avversari. Il mondiale per me è qualcosa di straordinariamente importante al quale sono legatissimo visto che l’ho vinto nel ’78, ma oggi molte nazionali lavorano in ottica quadriennale, qualcuno potrebbe pensare più a Rio e meno a Barcellona, ma l’Italia ci sarà e se Tempesti, che è il nostro valore aggiunto, chiude la porta, allora ci sarà da divertirsi. La femminile viaggia tra alti e bassi, ma le altre non sono migliori di noi. Sono fiducioso - conclude l’ex numero 6 azzurro - per tutte e due le squadre».
«Facciamo decollare la pallanuoto»
Alla vigilia dei Mondiali di Barcellona, Gianni De Magistris si confessa tra passato, presente e futuro. «Settebello e Setterosa possono andare a medaglia, ma in futuro bisogna fare qualcosa per avvicinare la gente». Il pensiero: «Potrei dare tanto, ma nessuno mi cerca»

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