Sport

Non solo una ferita sportiva

L’Italia esce meritatamente dai mondiali. La nostra squadra ha fatto piangere chi ama il calcio, ha tradito milioni di tifosi che si aspettavano bel gioco e risultati. Guardate le foto che pubblichiamo in prima pagina. Parlano di delusione, di speranza svanita, di passione pugnalata, di tradimento. Chi sostiene che il calcio è solo un gioco si sbaglia. Dove ci sono storia, tradizione, cultura dello sport, il football è una cosa serissima che muove cose concrete e ideali. Una fabbrica di passioni che non può essere confinata all’evasione. I lettori de Il Tempo che hanno letto «Azzurro Tenebra» di Giovanni Arpino, il romanzo della disfatta dell’Italia ai mondiali del 1974 sanno di che cosa parlo. E quelli che non l’hanno letto sono invitati a farlo. Impareranno da questo «bracconiere di tipi e personaggi» molto del nostro carattere nazionale e conosceranno un grande scrittore. Germania Ovest, 1974. Sono tempi lontanissimi. Eppure se evoco i nomi di Lato (Polonia), Muller e Beckenbauer (Germania), Neeskens e Cruyff (Olanda), Rivelino (Brasile) e soprattutto di Rivera, Capello e Valcareggi (l’allenatore dell’Italia) qualcosa si accende nella memoria, pulsa ancora una ferita. Anche allora c’è un allenatore che non ascolta i consigli e non tiene conto del campionato, anche allora ci sono giocatori logori, gli stessi della disfatta del mondiale del 1966, anche allora i conti in campo non tornano. E poi c’è un bomber, il capocannoniere e campione d’Italia, il laziale Giorgio Chinaglia, che manda a quel Paese il ct Valcareggi dopo esser stato sostituito nella partita con Haiti. Quel gesto passerà alla storia. Alla storia purtroppo passeranno anche i protagonisti della spedizione in Sudafrica. Inutile dire che tutto questo ci dispiace. Ma ripeto: siamo usciti meritatamente dal mondiale. E questa sconfitta - proprio perché pensiamo che il calcio sia una cosa seria - deve invitarci a riflettere sullo stato della nostra nazione, sull’Italia e gli italiani. La Francia vive come una disfatta la defenestrazione dei «Bleus» dal mondiale e il nostro Paese farà altrettanto. Al di là delle differenze e della rivalità calcistica tra Roma e Parigi, l’uscita delle rispettive nazionali è il sintomo comune di un declino del carattere e dell’identità, della forza stessa di una nazione. Il calcio è geopolitica allo stato puro, espressione della potenza e della vitalità di un Paese. La dimensione sportiva è dimensione politica. Nelle manifestazioni globali - i mondiali di calcio, le olimpiadi - questo aspetto salta fuori dal cilindro delle competizioni come un fuoco d’artificio nel buio. Vedere l’Italia ultima in classifica nel suo girone - modestissimo - faticare con una squadretta di fabbri come la Nuova Zelanda e far apparire la Slovacchia come una formazione di fuoriclasse è un brutto segno. Il solo Paraguay è una squadra di calcio degna di questo nome e probabilmente farà strada. Vedremo presto se tutto questo sarà un segno del declino dell’Europa rispetto al resto del mondo. Ma i dati nudi e crudi ci dicono che il Vecchio Continente soffre parecchio e l’Italia, detentrice del titolo, da sempre considerata Bengodi del calcio, ha molto su cui riflettere. Durante le riunioni di redazione con i miei colleghi de Il Tempo abbiamo affrontato tutti questi temi e - al di là delle interpretazioni puramente tecniche nelle quali tutti sono più bravi del sottoscritto - l’elemento di riflessione comune era che il genio italiano sembrava scomparso dal campo. Ci sono indubbiamente scelte tecniche sbagliate (e Lippi è stato tradito dalla sua presunzione), ma non bisogna tacere che una nazionale è tale se ha dietro una nazione. E se guardiamo al dibattito pubblico del Paese, ai suoi limiti, alle sue iperboli sconsiderate, alle divisioni, al suo avvilupparsi su stesso, ci rendiamo conto che la questione è ben più profonda rispetto a uno stop di petto e un tiro di controbalzo. Siamo fuori. Siamo ultimi. Tutto cambia e rispetto all’Italia narrata dal Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo non è affatto certo che poi tutto resti come prima.

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