Il quarto successo consecutivo ottenuto all'Olimpico - nell'ultracentenaria storia della società fondata dal bersagliere Luigi Bigiarelli solo due volte era accaduto che in serie A si sventagliasse un poker iniziale di match casalinghi - ha inorgoglito oltremisura la tifoseria, cui al momento resta un solo rammarico: la parsimonia sfrontata del suo presidente. Ma ora vanno accantonati i malumori delle frange ultras, in quanto prevale la liturgia del derby pure nell'immaginario dei detrattori di Lotito, pressoché sbalorditi dal capovolgimento delle loro previsioni. Tutto sottosopra e l'artefice di questa Lazio controcorrente fa bene a predicare umiltà, come se temesse l'ubriacatura d'avvicinamento alla partitissima causa troppi elogi. Certo, questi laziali sono votati al mutuo soccorso, occupano gli spazi in maniera esemplare e avvampano nello slancio agonistico e negli anticipi senza lesinare fiato e garretti. Grinta e carattere da vendere, gambe e polmoni d'acciaio, mentre la Roma pare invidiare le immagini oniriche che già decantano la compattezza dei dirimpettai; proprio quello che mister Spalletti in cuor suo desiderava quando arrivò dall'altra parte per gestire Totti e gli altri. È emozionante l'abbraccio che tutto l'organico di Formello dedica al suo tecnico dopo un qualsiasi successo e l'unione d'intenti sottolinea la solidità del gruppo e lascia intravedere addirittura ulteriori progressi da rivelazione d'annata subito dopo Juve, Milan e Inter. Vagheggiamenti? Non è facile sorvegliare l'euforia ed è altrettanto difficile nascondere che il tecnico di Rimini è di sicuro il valore aggiunto nell'ottobrata dei miracoli. Delio Rossi non trascura nulla e ha dato ai suoi ragazzi la consapevolezza del proprio valore all'interno di limiti tecnici e psicofisici non ancora definiti. Basta guardare: imperforabile Peruzzi, Cribari e Stendardo, criticati nel recente passato, risultano bene assortiti. E poi Liverani detta i tempi e scintilla da «migliore ultimo passaggio d'Italia», trovando accanto assaltatori inesauribili come Zauri, Firmani e Behrami, in attesa di valutare un Mudingavy abile e arruolato. Magari la Roma avesse un distributore di soluzioni con il fosforo del centrocampista di Formello! Per non parlare degli inesauribili podisti di fascia e di un tosto abbinamento Rocchi-Di Canio che relega in panchina due nazionali come Pandev e Tare. Ma le benemerenze di Delio Rossi spaziano oltre l'architettura della squadra, come dimostra il rilancio pressoché avvenuto di Manfredini e Simone Inzaghi, due atleti che ritenevamo alla frutta. Il lavoro paga. Va bene così, Rossi non si monta la testa e tocca ferro per scaramanzia. Tira aria di beatificazione anticipata e vendere la pelle del lupo anzitempo non gli piace.
VISTO DA NORD
Ecco perché i biancocelesti possono vincere