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Testata l'efficacia nel regolare le emozioni interpersonali

Uno studio condotto da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive di Rovereto

Al di là del pensiero, la mindfulness non solo insegna a connettersi con il presente, impedendo alla mente di oscillare tra passato e futuro, ma regola le emozioni interpersonali. Lo sostiene uno studio condotto da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive di Rovereto. Un test talmente interessante da meritare spazio su Plos One (disponibile online all'indirizzo: http://dx.plos.org/10.1371/journal.pone.0116541). Per chi non la conosce, la mindfulness è un modo di essere, più che una mera tecnica, e implica un «tornare in sé», esercitando l’autosservazione e sospendendo intenzionalmente l’impulso a definire, valutare e giudicare l’esperienza. In pratica questa meditazione consapevole di origine buddista può portare beneficio per combattere ansia, depressione, disordini della personalità e stress. Il prossimo obiettivo è però un altro: incorporare queste conoscenze sperimentali e neuroscientifiche in un protocollo di trattamento da applicare in ambito clinico. Negli ultimi decenni a partire dagli Stati Uniti si è molto diffusa la pratica delle discipline che derivano da antiche tradizioni religiose dell’induismo, come lo yoga, e del buddhismo. A queste pratiche guardano ora con interesse anche i neuroscienziati di tutto il mondo, impegnati nello studio dei meccanismi di regolazione delle emozioni a livello individuale e, più di recente dei meccanismi psicologici e neurali che stanno dietro alla regolazione delle emozioni nell'interazione sociale e nei contatti interpersonali. Un gruppo internazionale di ricercatori, coordinato da Alessandro Grecucci, Remo Job e Nicola De Pisapia del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell'Università di Trento, sta cercando di dimostrare come la mindfulness possa contribuire in modo decisivo nella regolazione delle emozioni interpersonali, aiutando a contrastare alcuni tra i disturbi psicopatologici più diffusi nelle società occidentali. Tra questi, l'ansia, una patologia che, nonostante sia difficile stimare le dimensioni del fenomeno, costituisce uno dei disturbi prevalenti nella popolazione, arrivando a colpire nell'arco di un anno circa il 3% della popolazione e il 5% nel corso della vita. Oppure la depressione che nei soli Stati Uniti colpisce ogni anno il 10% della popolazione o i disordini della personalità, attorno a cui negli ultimi vent'anni è cresciuto un vasto interesse soprattutto in ambito clinico e che affligge circa il 2% della popolazione mondiale. I risultati empirici dello studio "Baseline and strategic effects behind mindful emotion regulation: behavioral and physiological investigation", pubblicato in questi giorni sulla prestigiosa rivista scientifica Plos One si pone quattro importanti interrogativi: quali sono i processi attraverso cui la mindfulness regola le nostre emozioni? Questa tecnica può essere applicata alle emozioni sociali? Può modificare i nostri comportamenti verso gli altri? Può alterare la nostra reattività fisiologica? «Dall'esame empirico condotto su due differenti gruppi di soggetti - spiega Alessandro Grecucci, neuroscienziato e psicoterapeuta - è emerso come la mindfulness alteri la percezione soggettiva e fisiologica delle emozioni interpersonali e agisca modificando anche l'interazione nel comportamento sociale degli individui». La presenza di deficit nella regolazione delle emozioni interpersonali è stata associata alla presenza di disordini psichiatrici gravi, con pazienti che mostrano una reattività esagerata o, al contrario, soppressa nella relazione con altri individui. «Capire come queste alterazioni avvengano e quali siano le implicazioni a livello di trattamento psicoterapico è di fondamentale importanza» spiega Grecucci. «L'incorporazione di alcuni principi derivati dalla mindfulness focalizzata sulle emozioni nel modello di terapia dinamico-esperienziale basata sulla regolazione emozionale (Experiential-Dynamic Emotion Regulation, EDER) su cui stiamo attualmente lavorando può portare ad una ridefinizione delle tecniche di regolazione emozionale da poter applicare in ambito clinico».

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