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Studi medici, siamo all’anno zero

La Regione impone la compatibilità ambientale e le Asl verificano. 100 ricorsi vinti dai professionisti

«Ancora una volta la Regione Lazio non ottempera alle sentenze di vari ordini e non si allinea alle altre regioni. Tutto continua ad andare come prima». Si dice «indignato» il professor Mario Ballarin, esperto qualificato in fisica nucleare. «Stavolta si è arrivati a stravolgere sentenze in materia, utilizzandole in modi perversi», tuona. L’argomento è quello delle autorizzazioni all’esercizio professionale degli operatori sanitari. Lui stesso, nel suo lavoro di controllo degli apparecchi radiografici, a stretto contatto con le strutture odontoiatriche del Lazio e non solo, aveva già denunciato sulle colonne de Il Tempo, la questione contro cui si batte da anni: l’interpretazione «arbitraria» in materia di autorizzazione e accreditamento nel sistema sanitario, a fronte degli oltre 100 ricorsi negli ultimi tre anni, sfociati in sentenze che fanno riaprire gli studi. E ora si è aggiunta la novità, con il decreto regionale del 27 marzo, pubblicato il 3 aprile scorso. Professor Ballarin, da dove nasce il nuovo decreto? «Di fronte, neanche a dirlo, all’ennesima sentenza del 12 marzo (Tar - Reg. gen. 1720/2014, ndr) che condanna la Regione Lazio a pagare le spese, annullando l’atto di chiusura di uno studio a Civitavecchia, definendo la difesa della Regione "fumus boni iuris". Tradotto: "aria fritta". Lo studio ha, dunque, già riaperto. So per certo che il presidente Zingaretti dopo il 12 marzo si sia parecchio infuriato con alcuni dei suoi dirigenti». Però lei continua a dire che non è cambiato nulla «Per far capire devo partire da una premessa: nella Direzione regionale autorizzazione e accreditamento si è creata la convinzione che la L.R. n.4/2003 in materia dovesse essere applicata a tutte le strutture pubbliche e private, anche se non richiedenti accreditamento - cioè convenzione - regionale. Così, la Regione ha inserito l’obbligo coercitivo nei confronti di chiunque volesse operare in campo sanitario, dal singolo professionista abilitato all’esercizio fino all’ospedale. Allorquando si tratta di ambulatori o poliambulatori, la Regione impone il parere di compatibilità ambientale, cioè dice, in soldoni, che se già c’è un ambulatorio autorizzato in una zona non se ne può aprire un altro vicino, riferendosi all’articolo 5 della citata legge n.4». Se uno studio chiede l'autorizzazione ad operare specificando che non vuole l’accreditamento, quindi, cosa accade? «Che la Regione risponde che i posti accreditati sono completi, invocando l’articolo 5. E gli studi non possono essere aperti: è tutto bloccato da sette anni. Per colpa dell’autoritarismo dei burocrati che interpretano in modo arbitrario: dirigenti che negli enti locali hanno contratti da onnipotenza. Guardi, sto preparando un ricorso alla Corte dei Conti contro i loro stipendi, in relazione al premio di produttività». E lo stesso principio è stato trasposto nel nuovo decreto? «Certo, perché nelle sue premesse vengono riportate alcuni brani delle varie sentenze recenti che dicono alla Regione che non può continuare a limitare la libera impresa, ma si stabilisce che non è più la stessa Regione a dare il parere di compatibilità, bensì le Asl territoriali. È un’azione peggiorativa della situazione». Perché ? «Per il fatto che non ottempera al decreto Monti e ai dettami dell’Authority della Concorrenza, mantenendo dunque un obbligo. E poi si caricano le Asl di compiti non di loro competenza. È solo un modo per non far dare più torto alla Regione. Se si vuole farle causa ora la si dovrà fare alla Asl. Le dirigenze delle aziende sanitarie sono già in mobilitazione. E poi così si allungano ancora di più i tempi, con i passaggi tra Asl, Comune, Regione che si moltiplicano, oltre all’incremento delle spese passive da sostenere per chi vorrebbe aprire un ambulatorio. Le sentenze dicono che gli studi privati non hanno bisogno di autorizzazione: mi sarei aspettato che avessero ottemperato alle sentenze citate nel decreto, non che le avessero utilizzate a loro fine. Ho scritto al presidente Zingaretti e alla sua vice Valeriani, ma non ho avuto risposta». La categoria degli odontoiatri, con cui lei è a contatto nel suo lavoro, è maggiormente penalizzata? «Sì, perché a loro viene applicato il concetto di chirurgia ambulatoriale, come se fossero cliniche o ospedali, e li sottopongono coercitivamente all’obbligo dell’autorizzazione. L’associazione AIO sta mettendo su una class action proprio per questo». Cosa dicono le sentenze citate nel decreto? «Ribadiscono che è ancora vigente il regio decreto 1965/34, Testo unico sulle leggi sanitarie, che regolamenta l’autorizzazione all’esercizio. E che la Regione Lazio, unica in Italia perché le altre non lo fanno e mi preme evidenziarlo, nega la validità della legge nazionale in tale materia, senza mai aver emanato un atto in proposito. È stata anche esautorata la figura del sindaco che nel regio decreto è preposto a rilasciare l’autorizzazione. Inoltre, ricordo che a gennaio un’altra sentenza ha definito senza mezzi termini "illegali" le azioni della Regione».

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