Il marziano Marino se ne va, senza che gli abbiano neppure concesso il classico "telefono casa" di Et per dire alla moglie di calare la pasta, stasera non si cena al ristorante. Ironia del nome e cognome Ignazio Marino. Qualcuno, anagrammando il tutto, ha ricavato un "anzi io rimango" che è l’ultima cosa non riuscita del sindaco più sgangherato che Roma abbia storicamente avuto, un ibrido fra Forrest Gump e il sognatore dell’impossibile, fra un gaffeur professionale e un mentitore sapendo di mentire, che di se stesso ha scritto un singolare epitaffio «non mi sento un martire, sono un lottatore sociale», al quale hanno tuttavia precluso, mutuando l’indimenticabile Califano, di aggiungere un «non escludo il ritorno» che naturalmente non ci sarà mai. A Marino che lascia il Campidoglio e la fascia tricolore che avrebbe indossato anche sul pigiama va, comunque, riconosciuta una certa grandezza, direttamente proporzionale alla mediocrità politica del suo partito, ridottosi a raccattare da una destra squallidamente compiacente le firme per farlo fuori, senza concedergli un legittimo confronto, una discussione aperta nella "sacra aula di Giulio Cesare" come democrazia avrebbe voluto, in una specie di Nazareno del Campidoglio che sa di equivoco e anche di offensivo per tutti gli allibiti, attoniti e delusi cittadini romani. Detto questo, è la fine di un incubo, l’epilogo di una farsa durata due anni e mezzo. Che poi non è del tutto scongiurata, a poco più di quaranta giorni dal Giubileo. Ignazio Marino passa, dunque, in archivio. Chirurgo, fan di Schwarzenegger, laico di sinistra, anglofilo, l’ormai ex sindaco si era trasformato da cervello in fuga a primo cittadino della Capitale, paladino dell’onestà e della pulizia, giustiziere delle mafie che hanno infiltrato Roma, nel frattempo viaggiatore impenitente e mai presente nei momenti più difficili, infine semicommissariato, affidato a una specie di servizio sociale politico che non è riuscito a contenere la sua irrefrenabile tentazione di infilarsi nei guai, a causa di una vocazione autolesionistica da studiare e a indubbi sdoppiamenti della personalità: mentre si atteggiava a fustigatore del malaffare e della corruzione, ignorava di aver incontrato e indirettamente favorito in molte occasioni proprio gli esponenti che diceva di voler colpire. Marino, che diventa primo cittadino a maggio del 2013, dopo avere vinto le primarie e sconfitto Alemanno, si presenta subito: si lamenta dello stipendio da sindaco, 4.500 euro, certamente meno di quanto non guadagni un chirurgo senatore. Poco dopo è accusato, nel novembre del 2014, di non avere pagato alcune multe per un ingresso non autorizzato della sua ormai iconica Panda rossa nella ztl. Sono le avvisaglie di un disastro annunciato, la rapida trasformazione del primo cittadino di Roma in un soggetto da opera buffa, che non riuscendo a fare molto per raddrizzare le disastrose gestioni di Ama e Atac, assicurare le manutenzioni più semplici, ridare una destinazione civile alle periferie degradate, programmare un minimo di futuro, si aggroviglia nella sua naturale incapacità di amministrare, diventando soggetto della satira più feroce. In breve, l’uomo che aveva detto «sono tornato per tentare di migliorare la situazione del mio malandato Paese» finisce con peggiorare la malandatissima situazione della Capitale che lo ha voluto sindaco. Va detto che non tutte sue sono le responsabilità del disastro, che è di antica data, ma è indubbio che ha terribilmente complicato la vita dei romani con chiusure al traffico, nuovi divieti, raffiche di multe, il tutto a sovrastare una generale inattività e incapacità a intervenire sui problemi veri. Di certo tutti, ma proprio tutti, hanno capito che portare a lui alla guida della Capitale è stato come affidare una cattedra universitaria a Balotelli. Con una differenza sostanziale: se super Mario ragiona con i piedi fa bene il suo mestiere, ma se a ragionare con i piedi è Marino, è Roma a perdere la partita.
La saga del "Marziano" tra gaffes e fallimenti
Il chirurgo auto-celebratosi "giustiziere delle mafie" che ha dimenticato di migliorare la vita ai romani
