"I miei genitori sono morti a causa di Ebola. Un'ambulanza li portò via e né io né i miei quattro fratelli li abbiamo più rivisti. Dopo qualche giorno ho cominciato a sentirmi debole e mi portarono all'ospedale. Il medico mi disse che ero positiva al virus. Sono stata in un centro specializzato e non avevo neanche più voglia di mangiare. Pensavo solo ai miei genitori. Tre settimane dopo arrivai al Centro Salesiano di Cura Provvisoria per Bambini Colpiti da Ebola a Lungi (Sierra Leone) e ora mi preparo a ritornare a casa con i miei zii ed i miei fratelli. Voglio diventare medico. Ho molta voglia di vivere e di aiutare gli altri". La storia di Margaret, di 14 anni, è abbastanza comune nei tre paesi colpiti dall'epidemia di Ebola dal dicembre 2013. Più di 16.000 bambini hanno perso uno o entrambi i genitori in Guinea Conakry, Sierra Leone e Liberia, ma non tutti hanno avuto tanta fortuna come lei. Molti dei bambini che hanno superato o schivato Ebola sono rimasti soli per strada, esposti allo sfruttamento lavorativo o sessuale e alle accuse di stregoneria. L'estate scorsa, quando l'epidemia di Ebola si manifestò più mortale e la comunità internazionale si fece portavoce del problema, il Governo della Sierra Leone chiese ai missionari Salesiani che si facessero carico dei bambini rimasti orfani nel paese. "Fu una situazione molto dura, perché affrontavamo un nemico invisibile e indubbiamente avevamo paura dell’ignoto, ma abbiamo deciso di rimanere in Sierra Leone a fianco dei giovani, nonostante i rischi, e di accettare la sfida di accogliere, curare e aiutare i bambini che avevano perso i propri genitori", spiega Jorge Crisafulli, Superiore dei Salesiani nei paesi dell'Africa Occidentale di lingua anglofona. In coincidenza con la sospensione delle lezioni, i missionari Salesiani, adattarono una scuola a Lungi per ospitare i bambini che avevano perso i genitori: “Abbiamo comprato letti, armadi, abbiamo ristrutturato i bagni in modo che ognuno avesse il proprio rubinetto; dalla Germania ci hanno fatto avere i termometri… era tutto nuovo anche per noi e procedemmo con molta cautela", ha dichiarato Ubaldino Andrade, missionario Salesiano in Sierra Leone. Fin dall'inizio i missionari Salesiani ebbero chiaro che non li avrebbero trattati come "orfani di Ebola, bensì come colpiti della malattia, perché il principale obiettivo era la reintegrazione con le loro famiglie allargate una volta superati i traumi e la debolezza fisica e psicologica con le quali arrivavano al centro", aggiunge padre Ubaldino. Nel centro convivono bambini cristiani e musulmani, poiché, al di sopra del credo religioso, c’è la necessità del recupero dei piccoli. "Molti bambini smisero di andare a scuola, ma noi abbiamo continuato ad imparare, siamo stati sempre accompagnati e ci sentiamo forti per affrontare il futuro per i nuovi amici incontrati e per l'aiuto ricevuto" racconta Mussah, di 14 anni, che è stato nel Centro Salesiano di Cura Provvisoria per Bambini Colpiti da Ebola di Lungi, vicino ai suoi quattro fratelli. La quarta epidemia di Ebola da quando il virus è stato scoperto, nel 1976, è stata la più letale. Fino al 2013 erano morte circa 3.000 persone, ma il ceppo scoperto nell'ultimo anno e mezzo in Guinea Conakry ha ucciso oltre 11.000 persone e quasi 27.000 sono state infettate. Il 6 dicembre del 2013, Emile Ouamouno, un bambino di appena due anni del sud della Guinea, si trasformava nel primo caso di Ebola dell'attuale epidemia. La sua morte si è verificata quasi contemporaneamente al decesso di sua sorella di tre anni, di sua madre, incinta, e di sua nonna. L'ipotesi più probabile è che l'epidemia, che ha avuto origine nella selva umida della Guinea, si sia prodotta a causa del contatto del piccolo Ouamouno con qualche pipistrello infettato dal virus. I continui spostamenti della popolazione ed il contatto quotidiano tra famiglie, vicini, nei mercati e sui mezzi di trasporto, hanno fatto il resto nella diffusione del contagio. La reintegrazione Più di 250 minori tra 4 e 17 anni sono stati accolti dai Salesiani in questo ultimo anno. I missionari scommisero su una riabilitazione completa. "In altri centri i bambini stavano solo tre giorni prima di ricongiungersi con le proprie famiglie, ma noi preferiamo un processo più lungo, affinché il recupero dei bambini sia il più completo possibile", spiega Francis, uno dei volontari salesiani del centro. Il processo di reintegrazione abbraccia un minimo di sette mesi nel centro e di altri tre anni di follow-up con le famiglie. "Al centro esprimono il loro trauma attraverso disegni in cui le ambulanze sono elementi comuni ma, in una seconda fase, disegnano anche i loro eroi, i medici e le infermiere che li hanno salvati e che vogliono emulare", dice Monica, un'altra delle volontarie che vive con i bambini e le bambine del centro e che cerca, anche attraverso la danza e la musica, "di far superare loro il trauma, la stigmatizzazione e di permettere che socializzino e si aprano alla convivenza." Parallelamente, gli assistenti sociali e gli altri volontari del centro, contattano le famiglie allargate dei piccole e le comunità nelle quali andranno a vivere per analizzare l'accettazione, le minacce e le opportunità che avranno i bambini nella loro nuova vita. "Il posto migliore dove far vivere un bambino è sempre con la sua famiglia" sottolinea Jorge Crisafulli, quindi si verifica se sia possibile farlo rimanere nello stesso posto nel quale viveva con i suoi genitori, oppure si aiuta la famiglia allargata a ristrutturare o adattare la nuova abitazione. I missionari curano ogni aspetto perché molti bambini hanno perso tutta la famiglia e, a volte, è necessaria la mediazione familiare in caso sorgano problemi. "Parliamo di reintegrazione completa perché per tre anni gli assistenti sociali accompagnano i bambini e visitano la comunità dove sono stati accolti per assicurarsi che tutto vada bene e continuino a progredire e frequentare la scuola", dice un giovane assistente sociale. Inoltre, ogni quattro mesi, i bambini reintegrati tornano a incontrare i loro compagni nelle strutture salesiane per mantenere il contatto e contemporaneamente verificare come si trovano con le famiglie allargate. Gli effetti di Ebola in Sierra Leone • Un paese con l'80% della popolazione, minore di 25 anni, più impoverita che dopo la guerra civile (1991-2002) • Migliaia di bambini orfani • Quasi 2 milioni di bambini che non hanno potuto frequentare la scuola per 9 mesi • Aumento dello sfruttamento lavorativo • Aumento dei bambini di strada • Aumento degli abusi sessuali su minori
Liberi da Ebola: e ora cosa succede?
Più di 250 minori tra 4 e 17 anni sono stati accolti dai Salesiani in questo ultimo anno
