Due uomini soli. Da una parte Ignazio Marino, ormai ex sindaco di Roma, che resta barricato nel suo ufficio cercando di resistere all’assedio. Dall’altra parte Matteo Orfini, l’uomo che più di tutti l’ha difeso negli ultimi mesi. Una copa grave per Matteo Renzi: il premier avrebbe giubilato il chirurgo già a luglio. Orfini l’ha convinto invece a puntare ancora su di lui. Non per convinzione, ma per opportunità politica. Orfini non è mai stato convinto della bontà dell’azione amministrativa di Marino, ma ha fatto due calcoli: andare a votare a maggio rappresenta troppi rischi. Di qui l’idea di andare avanti. Non aveva fatto i conti con le continue gaffe o ne aveva sottovalutato la potenziale portata. La sottovalutazione della situazione ha portato al disastro: prima l’uscita dalla maggioranza di Sel, poi tutto il resto. Con Renzi che dopo aver chiesto due volte di scaricare Marino, al terzo tentativo porta a casa il risultato. Il barometro dei rapporti tra il premier e Orfini segnano tempesta. Il ruolo di commissario del Pd romano potrebbe essere rimesso in discussione, il congresso potrebbe slittare ancora, Renzi potrebbe mettere un suo fedelissimo a guidare il partito capitolino fino alle elezioni. Certo la scoperta di altre ricevute sospette ha accelerato la crisi di governo, che in mattinata è ormai conclamata. La road map di Renzi è tracciata sin dalla notte: dimissioni degli assessori del Pd per costringere il sindaco a mollare. In mattinata viene convocata la giunta. Lascia il vicesindaco e assessore al Bilancio Marco Causi. Si dimette il responsabile dei Trasporti Stefano Esposito: «In questo quadro non ci sono le condizioni per proseguire». Poi tocca a Rossi Doria e a Luigina Di Liegro. Gli assessori nominati a luglio lasciano. Il Pd dà l’ultimatum a Marino: dimissioni entro le 16 o mozione di sfiducia. Una procedura però complessa, dal valore più politico che tecnico. Per mandare a casa il sindaco servono le dimissioni firmate dalla metà più uno dei consiglieri e autenticate dal notaio. Marino lo sa e non molla. Il sindaco vede prima gli assessori, gli chiede se vogliono continuare e loro rispondono di no. Poi la giunta viene convocata al Nazareno, con Causi e Sabella che tornano in Campidoglio per ribadire a Marino che il Pd non è disposto più a sostenerlo. Nel frattempo Orfini incontra i consiglieri comunali, convocati poco prima insieme agli altri colleghi di maggioranza dallo stesso sindaco. Situazione fluida e convulsa. La realtà è che il Pd pensava che il chirurgo si sarebbe arreso subito, dopo le prime dimissioni degli assessori e sotto la minaccia della mozione di sfiducia. Nessuno era preparato a una resistenza a oltranza. Marino - riferiscono dal Nazareno - vuole trattare sulla «buonuscita», vuole garanzie politiche. L’incontro tra Sel e Pd slitta più volte, finché Marino non decide di dimettersi, abbandonato da tutti tranne che dalla fedelissima Alessandra Cattoi. Il capogruppo Fabrizio Panecaldo spiega che «il Pd si assume la responsabilità nella sua complessità». Ma l’immagine generale è quella di un partito allo sbando. Squassato dalla lotta tra segreteria nazionale e commissario del partito romano, sconvolto da Mafia Capitale, con una questione morale ancora tutta da affrontare e risolvere. Orfini incartato su se stesso, con una visione del partito di corto respiro e senza un’alternativa all’asse con Sel, che nonostante abbia deciso di uscire dalla giunta (la revoca del vicesindaco è una scusa: Cento a luglio ha cercato sin da subito lo scontro rendendosi conto del fatto che l’amministrazione Marino era ormai finita) viene coinvolta nella gestione di una crisi nata mesi fa e che avrebbe bisogno di altre cure. Il Pd romano è il meno renziano d’Italia, la guerra tra le correnti non s’è mai sopita e la costruzione di una nuova architettura del centrosinistra è ancora lontana.
Pd romano e Orfini travolti
Dopo aver resistito alle pressioni del premier, il commissario del partito capitolino è costretto a cedere e a mollare Marino
