Roma Capitale

A rischio il centro psichiatrico di Prati

Le cause? I tagli alla sanità e il braccio di ferro con Atac, proprietario dell’immobile

Cosa succederà alla comunità del centro in via Montesanto 71 a Prati? Non è ancora stata scritta la parola fine per l’annosa vicenda di un luogo mitico per la riabilitazione psichiatrica, a rischio chiusura, pur essendo considerato fiore all’occhiello del Dipartimento di salute mentale, dalla sua nascita nel 1997 ad oggi. Domani sarà il giorno della verità. Ma un punto a favore, contro la paventata chiusura, temuta dalle associazioni dei familiari dei pazienti e dalla cittadinanza, perché la struttura è fortemente integrata nel territorio, era arrivato nell’incontro a fine giugno, con le rassicurazioni del I Municipio. In quell’occasione il presidente della conferenza Sanitaria locale dalla Asl RmE, Danilo Amelina, aveva detto che «il centro in via Montesanto non chiuderà». Oggi, alla vigilia dell incontro che dovrà formalizzare l’accordo, l’associazione Habita ricorda le rassicuranti parole di Amelina a proposito del raggiungimento di «un’intesa» definita dallo stesso Amelina «importantissima» con «Atac spa, Asl RmE» e con «gli assessori e i consiglieri del I° Municipio, con le consulte della Salute Mentale locale, cittadina e regionale». Fra 24 ore sapremo se le promesse sono reali. «Vedremo se si passerà dalle promesse ai fatti» dice la presidente dell’associazione Habita, Nadia Boccara, a nome dei familiari dei pazienti che sono in attesa del via dei lavori per la «messa a norma dello stabile» che salvaguarderà così «il diritto dei cittadini utenti a permanere nel loro luogo di cura». Sono infatti più di 600 persone prese in carico oggi su quella struttura da personale della Asl RmE. Il Centro Diurno e la comunità Terapeutica Riabilitativa della Salute Mentale di via Montesanto 71, servizi di grande importanza per il dipartimento di Salute Mentale della Asl RmE, sono ospitati nell’immobile di proprietà prima del Comune di Roma e assegnato poi ad Atac, concesso in comodato d’uso alla Asl RmE, per le finalità proprie del lascito da cui deriva. Dal 2010 è stato al centro di una lunga vertenza legata alla definizione della proprietà e all’utilizzo dell’immobile, a tutt’oggi a rischio di chiusura. Il centro è una eccellenza per il recupero di persone che non pensavano di farcerla da sole. Una storia fra tutti, quella di Vincenzo, ma il nome è di fantasia, che sale in cattedra e tiene conferenze su Flaubert insieme a professori e studenti. A Roma chi vuole fare lo psicologo sul campo va lì ed è come se un giornalista facesse lo stage al New York times, tanto per fare il paragone. Ma quello che conta più di tutto è la possibilità di riprendersi un pezzo di vita possibile per chi non aveva speranze. E invece di passare il resto dell’esistenza in un posto semi-ospedaliero torna vivere in una casa vera con la rete di case-famiglia che fanno capo al centro. Tante le iniziative che afferiscono a un patrimonio culturale che non deve andare perso: laboratori di cinema, arte, narrazione, iniziative culturali a cui la gente di tutto il quartiere partecipa, come la lettura dei quotidiani (frequentata anche dai giornalisti), esperimenti di riabilitazione con i gruppi dai nomi emblematici: "Gastronomia essenziale" che insegna a cuocere in fretta i piatti base; "Fresh and clean" per fare il bucato, e "Acqua e sapone", procedure per la doccia ma che insegnano a camminare sulle proprie gambe. Operatori e medici sono bravi a trovare soluzioni creative per ogni situazione. Come il fiocco colorato che indossano i dottori. È non è la clownterapia alla Patch Adams, ma un oggetto per ancorare il ricordo in chi deve sconfiggere la tendenza a non riconoscere le persone. E poi sono imporantanti anche i momenti vissuti fuori, che fanno parte di un percorso terapeutico: come il "grande cocomero" nella casa di campagna che un medico apre ogni estate.

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