Roma Capitale

Droga nei microfoni. Il capo è una badante

Badante e spacciatrice. Anzi, secondo i carabinieri sarebbe la mente di un traffico di shaboo, per ora mezzo chilo di cristalli di metanfetamina nascosto all’interno dei microfoni usati per il...

Badante e spacciatrice. Anzi, secondo i carabinieri sarebbe la mente di un traffico di shaboo, per ora mezzo chilo di cristalli di metanfetamina nascosto all’interno dei microfoni usati per il karaoke. La rotta: dal Sud-est asiatico all’Italia, fino a Roma. Tutto spedito via aerea attraverso linee filippine e poi tramite posta, per giungere in un residence in zona San Paolo. Sinora sono tre gli arresti eseguiti. Due connazionali ammanettati a maggio scorso, e lei, Melanie Quinag, 37 anni, alla quale l’altro ieri il Nucleo investigativo di via In Selci ha notificato un’ordinanza di custodia cautelare richiesta dalla pm della Direzione distrettuale antimafia Barbara Sargenti e concessa dal Gip del Tribunale capitolino. L’accusa è di traffico internazionale di sostanze stupefacenti. La storia criminale comincia quasi per caso. I militari stavano indagando su un’altra vicenda di droga quando si sono imbattuti negli affari dello shaboo , dell’ ice come pure è chiamato lo stupefacente. Intercettano gli strani movimenti di cui si parla. Sentono parlare di carichi che partirebbero dalle Filippine, finirebbero a Roma e andrebbero a servire i connazionali, gente che lavora come colf e badanti, sia uomini che donne, nelle famiglie romane. Chi sospetterebbe di loro? Chi immaginerebbe il vizio proibito? I carabinieri decidono di verificare le cose. Serrano i controlli e si mettono alle costole della merce. Prima dell’estate i militari dell’aeroporto di Fiumicino mettono le mani su un carico di microfoni per il karaoke partito dalle Filippine e destinato a Roma. A chi? Aspettano di vedere il destinatario del pacco e scoprono che è indirizzato a via Oderisi da Gubbio, vicino a viale Marconi. Verificano e scoprono che è la casa di un italiano. Però lui non sa niente, è ignaro. Gli hanno chiesto solamente la cortesia di ricevere la roba e consegnarla. Ma di chi si tratta? I militari capiscono che si trovano davanti a un sistema ritenuto dai responsabili sicuro, che non desta sospetti, facile da gestire e senza rischi. Ma non è vero. Ancora un po’ di pazienza, ancora un po’ di appostamenti e gli investigatori si accorgono che all’indirizzo vanno due filippini, anche loro badanti, sempre di giorno. Dovrebbero ritirare la droga tenuta ben nascosta. Scattano le manette. È la prima batosta per l’organizzazione. Un colpo di scena che dovrebbe innervosire, in teoria dovrebbe seminare qualche preoccupazione tra i complici. E così avviene. I carabinieri sentono dalle intercettazioni che la donna, la filippina ritenuta a capo del sodalizio, non si aspettava la cattura e il sequestro della droga. Qualcosa non è andata per il verso giusto. Ormai i militari sono su di lei. Hanno capito qual è il progetto, sanno che i microfoni nascondono quella droga così tanto consumata da alcuni della comunità di Manila e immaginano bene quale sia lo spaccio, l’introito di denaro che ci gira attorno. Il magistrato della Dda che coordina le indagini si convince che il cerchio è chiuso, inoltra la richiesta di arresto al giudice per le indagini preliminari e l’altro ieri l’arresto della badante spacciatrice.

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