Il trucco della lametta funziona, quasi sempre. È uno degli escamotage preferiti dagli ospiti dei Cie (Centi di identificazione ed espulsione), in particolar modo quello di Ponte Galeria, per darsela a gambe. Lo scopo, e cioè quello di farti portare in ospedale, si raggiunge più facilmente se dici di aver ingoiato una lametta piuttosto che con una banale influenza. Così, sabato sera, un algerino di 28 anni se l’è svignata dall’ospedale Grassi di Ostia. Insieme a un altro, poche ore prima, aveva protestato a Ponte Galeria cucendosi le labbra con un punto di ago e filo. Il motivo? Il giudice aveva prorogato di un mese la sua permanenza nella struttura, probabilmente per dare più tempo agli uomini dell’Ufficio Immigrazione della Questura per arrivare alla definitiva identificazione del soggetto, informazione indispensabile per ottenere dal consolato algerino il permesso di poterlo imbarcare su un aereo e riaccompagnarlo in patria. Domanda: «È possibile che un uomo con una lametta nella pancia pensi di scappare a gambe levate da un ospedale?». Non è credibile. La conferma che dietro al trucco della lametta si nasconda un piano diabolico di fuga, lo conferma una fonte dell’Ufficio Immigrazione, che da anni ha a che fare con i clandestini. «Ma quale lametta! - spiega - il trucco è semplice e vecchio come il cucco: bastano un paio di giri di nastro isolante e la lama filerà via liscia nell’intestino fino al momento dell’espulsione. Il rischio di farsi male è minimo. E poi loro non sono mica stupidi? Sanno bene che essendo ospiti di un Cie non possono essere trattati come detenuti e che, in caso di trasporto in una struttura ospedaliera, non è previsto il servizio di piantonamento della polizia. Sanno inoltre che i medici non possono trattenerli con la forza. Un ospedale non è mica un carcere, si può uscire inosservati dall’ingresso principale». Non fa una piega. E del resto non sarebbe la prima volta che capita. «I clandestini ospitati nei Cie - spiega la nostra fonte - nella maggior parte dei casi recitano una parte inventandosi tutte le malattie possibili immaginabili consapevoli che l’assistenza sanitaria è un diritto che non gli può essere negato. Bisogna poi considerare che molti, prima di entrare in un Cie, hanno visssuto in situazioni di promiscuità dove l’igiene scarseggia, per cui non è raro trovarsi davanti a soggetti che hanno realmente contratto malattie infettive. I responsabili delle strutture non possono certo rischiare, quandi anche senza sintomi evidenti, preferiscono chiamare un’ambulanza e portarli in ospedale per un controllo. Da lì, poi, per loro è tutto facile. Basta rivestirsi e andarsene». Per i clandestini ospitati nei centri di identificazione ed espulsione, magari prossimi al rimpatrio, fingere di sentirsi male, dare in escandescenze o procurarsi delle ferite, insomma, è una scusa buona per tentare la fuga. Allo stesso modo, se per qualche motivo non vi sono riusciti durante il periodo di permanenza nel Cie, sono capaci di mettere in scena il peggio del peggio quando stanno per salire sul volo di linea che li riporterà nel loro Paese Natale o addirittura a bordo, in fase di rullaggio. E allora l’autolesionismo e l’eggressività nei confronti degli altri passeggeri si moltiplica fino a convincere il comandante a far scendere scorta e scortato dal velivolo. E si ritorna al Cie.
Fuga assicurata con il trucco della lametta
Ne ingoia un pezzo e scappa dopo il controllo all’ospedale
