Sono le 5 e mezza del pomeriggio e i ragazzi di San Giacomo in Augusta sono pronti a fare una partitella. Escono dal portone della chiesa , lanciano la palla e iniziano a giocare come accade in ogni parrocchia che si rispetti. Tutto normale, se non fosse che la sfera è fatta di carta e nastro adesivo e il campo è un’affollata via del Corso,nel centro storico della capitale. «Questa chiesa non è nata come parrocchia - dice don Giuseppe Trappolini-, per questo non abbiamo le strutture e dobbiamo arrangiarci». Affiancare al catechismo anche momenti di svago è fondamentale, il parroco lo sa bene, e ce la mette tutta: «Non è sempre facile, questi ragazzi so’ vispi, so’ terribili - dice, con il suo accento romano - bisogna tenerli d'occhio in ogni momento!» A preoccupare don Giuseppe non sono solo le pallette di carta che sfiorano i passanti di una delle strade più frequentate della città, ma anche «quei diavolo di skateboard», su cui sfrecciano alcuni dei suoi ragazzi per venire a catechismo. Per il parroco, c’è una giustificazione per questa grande vivacità dei giovani abitanti del centro. «Da queste parti - spiega - i ragazzi passano troppo tempo con le tate. Con me però c'è un bellissimo rapporto, una sorta di "sacro rispetto", ma anche tanta confidenza. Quando vengo a sapere che hanno combinato qualcosa li prendo da parte e cerco di parlare con loro. Quasi sempre con buoni risultati». Anche all'interno l'edificio non offre grandi spazi da dedicare allo svago, le stanze a disposizione della parrocchia sono tre, piccole e anguste, più simili a delle grotte che a un oratorio. Il poco spazio a disposizione, però, viene sfruttato appieno. In una delle aule, infatti, il normale tavolo é stato sostituito da uno da ping pong. Durante il catechismo i ragazzi ci poggiano libri e quaderni, ma appena finiscono basta attaccare la rete e impugnare le racchette per farsi una partita. «Abbiamo anche un progetto - dice don Giuseppe- per ricavare un vero oratorio, vogliamo tornare ad utilizzare i locali che avevamo fino a qualche anno fa qui a via del Corso e che sono stati ceduti all'ospedale San Giacomo, che ora non c'è più. Stiamo facendo di tutto per farceli restituire. Sembra che anche il presidente della Regione Zingaretti sia d'accordo. Ora dobbiamo solo superare qualche ostacolo burocratico, ma siamo fiduciosi». I locali a cui si riferisce il parroco sono della Asl e potrebbero diventare un vero oratorio per i ragazzi, ma non solo. Don Giuseppe vorrebbe anche dotare la comunità di un centro di ascolto. «Tra le tante persone che passano di qua - dice- ce ne sono molte che hanno bisogno di una mano. Se la Regione ci mette le strutture, noi ci mettiamo la faccia. Ora a chi chiede aiuto possiamo solo dare qualcosa da mangiare, ma vorremmo fare molto di più». Don Giuseppe è romano di Ponte Mammolo, si definisce un «parroco di campagna che è cascato al centro di Roma». Ha portato l’esperienza maturata nelle chiese di periferia, a Casal de Pazzi e a Dragoncello, nel cuore della città eterna e i risultati sono nei numeri. La sua è una delle pochissime parrocchie del centro ad avere un gruppo di ragazzi, ben 45. Forse perché ha capito qual è la vera anima di questa zona così particolare della città. Per lui, «c'è più paese quà, al centro storico, che in periferia. Un esempio? La macchina non si utilizza, si va in giro a piedi ed ogni volta è un’occasione per incontrare e conoscere qualcuno».
L’arte di arrangiarsi «fa miracoli»
L’oratorio ha poco spazio e i tavoli del catechismo sono da ping pong
