Roma Capitale

L’addio a Franco Dalia ex assessore regionale

di Giuseppe Fioroni e Lucio D’Ubaldo* Franco Dalia appartiene a una storia e a una comunità. Non importa se le forme con il tempo sono diventate altre rispetto alle esperienze giovanili. Aveva...

F ranco Dalia appartiene a una storia e a una comunità. Non importa se le forme con il tempo sono diventate altre rispetto alle esperienze giovanili. Aveva iniziato a frequentare, fin da ragazzo, la sezione Dc del suo quartiere. A via Conte di Carmagnola, dopo anni, aveva cambiato simboli e pochi arredi: per il resto, prima con il Ppi poi con la Margherita e infine con il Pd, tutto doveva per lui restare impregnato di un'idea di militanza popolare. Tra il Pigneto e il Prenestino, sulla scorta delle iniziali battaglie di quartiere, quella storia e quella comunità mantenevano tracce indelebili proprio nel suo essere militante e dirigente politico. Sentiva il dovere di ricordare la voragine di estraniazione di tante famiglie che dalla sua Calabria erano giunte a Roma nel corso dell'immigrazione domestica degli anni 50 e 60: una voragine, però, che non inghiottiva le piccole e grandi espressioni di solidarietà di gente che parlava lo stesso dialetto e ambiva alla medesima speranza di integrazione, con un lavoro degno e una nuova prospettiva sociale. Ne aveva tratto insegnamento. Non poteva infatti dimenticare quanto la vicenda di partito, dentro le maglie di una regola e di una pedagogia di promozione umana, avesse significato in quel travagliato processo di accoglienza - graduale ma incessante - il vero motore di emancipazione e di sviluppo. Dalia, fuori da questa dimensione d'impegno popolare, non era in grado di definire se stesso. Anche la sua straordinaria artigianalità nel dire e nel fare portava in evidenza la cura per un lavoro fatto di colloqui, incontri, tensioni e avventure, che solo la brutalità di un pretestuoso aziendalismo applicato alla politica poteva e può pretendere, senza averne ragione, di declassare a vecchio rito della politica. Sapeva conservare una riserva di umanità, anche quando manteneva il punto e dichiarava il dissenso. Tollerava il narcisismo degli altri, a patto che non fosse il vestito di una politica imbrogliata, ma se ne teneva lontano per istinto. Per questo gusto dell'essenziale, indice di un amore per la verità nell'orizzonte della politica fatta di tante e contrastanti verità, guadagnava nel rapporto con le persone il diritto a un rispetto sincero e coinvolgente. Da pubblico amministratore, con questo stile persino ruvido, ha dimostrato fino all'ultimo di non avere interessi personali da difendere. Ha difeso invece i suoi valori, sempre, con gli strumenti che la vita gli aveva messo a disposizione e con la tenacia di cui si era impadronito. Ha creduto in una politica spoglia di retorica e ricca di passioni, in una formula che desse conto di principi "democratici e cristiani". Gli amici lo ricorderanno come una persona che ha meritato di essere riconosciuto e apprezzato come interprete di esigenze vere e giuste.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.