Fra non molto sarà un anno che i due palazzi a uffici dell’Inps, ex Inpdai, di viale delle Province 196 sono stati occupati da circa 150 persone, in maggioranza stranieri, riadattando gli ambienti in abitazioni. I Blocchi Precari Metropolitani vi hanno organizzato uno sportello per consulti dedicati a chi è rimasto senza casa. La gente nel quartiere di piazza Bologna però mugugna. «Non capisco perché si sia lasciato fare - dice Marco, residente lì vicino - Capisco che ci possono essere persone in grave crisi, che non possono pagare affitti alti come quelli romani, ma allora sono tutti cretini quelli che restano in graduatoria per le case popolari e aspettano civilmente?». «In molti abbiamo pagato mutui per decenni facendo sacrifici enormi e loro occupano? - dice Pasquale – E' anche vero che il criterio delle assegnazioni delle case popolari è marcio: il 60 per cento di quelle abitazioni è in mano a chi non ne avrebbe diritto». C’è chi ricorda fatti di oltre trent’anni fa, quando l’atmosfera era di contrapposizione politica fra democristiani e comunisti. L’occupazione delle case rientrava in quella strategia: «Partecipai alle occupazioni di Ponte Mammolo, quella delle case vuote per membri delle forze dell'ordine: vuote perché due delle palazzine rischiavano il crollo - sottolinea Alessandro residente nelle case popolari di via della Lega Lombarda - Ma c’erano motivi diversi, ideologie. Il metodo dell'occupazione è sbagliato. Oggi poi, insieme ai veri poveri ci sono i soliti personaggi che casa ce l'hanno già ma si rivendono i posti nelle nuove occupazioni. Gli occupanti degli edifici Inps fanno venire camion con elettrodomestici e con mattoni per sistemarsi gli ambienti. Eppure parte di quei due edifici era ed è pericolante». «Il metodo è illecito e da condannare - rimarca Antonio - ma bisognerebbe valutare caso per caso. Ci sono situazioni di reale miseria, mentre i "piani alti" proteggono i loro privilegi: forse un’occupazione ogni tanto può servire a dare una scossa». Su viale delle Province c’è anche chi si arrangia e non occupa. Una roulotte e un camper sono parcheggiati vicino la Tiburtina. Nel camper vive Benito, nato nel 1940 ad Alfano. «Sono uno chef, sono stato nella Legione Straniera, ho ricostruito più volte la mia vita - racconta - Ho iniziato a Roma come cuoco a 18 anni. Nel 1958 un imprenditore svizzero gustò i miei piatti all'Antica Pesa e mi portò nel suo Paese: aprimmo un ristorante. Venti mesi dopo in Germania ebbi due locali». «Poi il servizio militare, obbligatorio, da sottufficiale a Mestre - conclude - e dopo il divorzio, dal 1972, per 4 anni, in Legione straniera: 23 missioni all'estero, come il recupero di americani e francesi dal Vietnam, decorato per valore militare come capitano onorario. Ma da due anni avevo superato il limite per le missioni oltremare: fuggii. Nel 1976 ancora in Germania. Lì con due soci ho aperto 30 locali. Poi il diabete, gli imbrogli, la rovina. Nel 1996 feci domanda a Roma per una casa popolare ma non se n'è trovata più traccia. Ogni tanto mi chiamano per cucinare a qualche ricevimento, ma il fisico non mi sorregge più».
A viale delle Province un anno di illegalità
In 150 vivono nei due palazzi degli uffici dell’Inps Residenti costretti alla convivenza forzata
