Un’autentica festa che ha visto non meno di 200.000 persone stringersi intorno a Papa Francesco per la veglia di Pentecoste che ha avuto come protagonisti i movimenti, le associazioni, le nuove comunità della Chiesa. Una festa fatta di preghiera e musica ma soprattutto di testimonianze. Con le parole di tanti cristiani, provenienti da ogni parte del mondo, convertiti dopo esperienze drammatiche o cresciuti nella fede e impegnati al servizio dei poveri e degli emarginati. Ma tutti, come ha sottolineato nel suo saluto il presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione, mons. Rino Fisichella, accomunati da un’esigenza: «Dire all’uomo di oggi che non si può fare a meno di Cristo e di questo bisogna essere testimoni credibili». In piazza San Pietro e in via della Conciliazione, ieri si sono radunati i rappresentanti di almeno 150 realtà ecclesiali. «Per alcuni versi – ha detto ancora mons. Fisichella – queste realtà sono come l’apostolo Giovanni all’indomani della Pasqua. La giovinezza e la freschezza dell’amore li fa correre più spediti. Ma non corrono da soli». Il Papa ha fatto un lungo giro in piazza, percorrendo anche via della Conciliazione sulla «papamobile». Poi sul sagrato, alla sua sinistra, è stata portata da alcuni giovani l’immagine della Madonna Salus Popoli Romani , alla quale Francesco ha reso omaggio con un applauso, a significare che in questo mese di maggio, alla vigilia della Pentecoste, la Chiesa guarda alla «piena di grazia», alla Madre di tutti i cristiani. Il Pontefice ha poi risposto a quattro domande sull’origine della sua fede e sulla strada da seguire per vincere la fragilità della fede stessa; sull’evangelizzazione e sul modo di comunicare la fede; sulla povertà e l’etica pubblica; sulla confessione della fede, quando tanti cristiani rischiano la vita anche solo per andare a messa. «Il primo annuncio cristiano l’ho ricevuto in casa, in famiglia» ha raccontato Francesco, ricordando il ruolo della nonna. Poi il 21 settembre 1953, la confessione con un prete sconosciuto e la scoperta della vocazione: «Non so cosa è successo - ha detto - Ho sentito che qualcosa era cambiato. Dio ci aspetta». La fede è «l’incontro con una persona, con Gesù». E quanto alla fragilità, «col Signore siamo sicuri» come i «tanti bambini che ho visto oggi con il papà e la mamma». Tre le parole usate dal Papa per la sfida dell’evangelizzazione: Gesù, preghiera e testimonianza. «Gesù è la cosa più importante» ha detto e ancora una volta ha invitato a non gridare più «Francesco ma Gesù». Poi ha raccontato che qualche volta, la sera, «davanti al tabernacolo, mi addormento per la stanchezza della giornata; ma Lui mi capisce»: quando pregate «lasciatevi guardare dal Signore». Infine, comunicare la fede «con amore, non con le nostre idee, col Vangelo che si vive. Il mondo di oggi - ha aggiunto citando Giovanni Paolo II e Benedetto XVI - ha più bisogno di testimoni che di maestri». Nella terza risposta ha ribadito l’invito a «uscire fuori verso le periferie esistenziali». La Chiesa «non è un movimento politico o una struttura ben organizzata. Questa crisi è profonda perché è una crisi dell’uomo, che è immagine di Dio. Non chiudetevi: per strada può capitare un incidente ma preferisco mille volte una Chiesa incidentata a una Chiesa malata» perché chiusa: «Non possiamo diventare cristiani inamidati». Francesco ha anche sottolineato che quando «manca l’etica nella vita pubblica, tutto diventa possibile: questa è la crisi di oggi. La gente muore di fame ma non succede niente, mentre se calano gli investimenti nelle banche se ne fa una tragedia. Una Chiesa povera contrasta questa mentalità». Infine, le difficoltà che tanti cristiani vivono: «Ci sono più martiri oggi che nel primo secolo» ha detto il Papa, invitando a pregare tutti i giorni per loro e per la libertà religiosa di ogni uomo.
«Una Chiesa incidentata è meglio di una malata»
Il Papa esorta ancora a uscire nelle «periferie esistenziali» Piazza San Pietro gremita da associazioni e movimenti
