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Coronavirus: senza ospedali perdiamo la libertà. Il sistema sanitario non ha retto

È una corsa contro il tempo per recuperare tutto ciò che colpevolmente è stato tagliato

Coronavirus: senza ospedali perdiamo la libertà. Il sistema sanitario non ha retto

Non c'è una sola possibilità su un milione che il prossimo 3 aprile a una sola provincia di Italia sia consentito di riprendere la vita normale, di riacquistare la libertà di cui ci facevamo vanto. Nessuna autorità lo dice, ma non c'è un orizzonte previsto per un ritorno almeno graduale alla vita. Anzi, si sta pensando di reprimere le ultime piccole libertà ancora concesse: sgranchire le gambe qualche manciata di minuti al giorno, fare una corsetta, o la spesa più di una volta alla settimana. La cosa più agghiacciante è che la stragrande maggioranza degli italiani è precipitata nel giro di una sola settimana dalla libertà concessa da una democrazia a un paese che assomiglia a quello del film “Le vite degli altri”, che era ambientato però nella Berlino Est controllata dalle spie della Stasi.

A sorpresa nessuno protesta, anzi: si è infilato in un regime bello felice. Di più: come in quel film da qualche giorno anche qui a Il Tempo riceviamo segnalazioni e telefonate di chi fa la spia perché questo o quello cammina in strada magari allungando oltremisura la passeggiata con il cane. Qualcun altro segnala chi era a fare la spesa al supermercato accompagnato da un bimbo piccolo (già, se non glielo tiene nessuno, come fa?), ieri in tv è stata ripresa una coppia che si teneva per mano: quelli dormono insieme tutte le notti, magari la clausura forzata suggerisce qualche abbraccio più stretto, però fuori debbono andare in giro a un metro di distanza? E' passato perfino sotto silenzio quel che è accaduto a Marina di Cerveteri domenica scorsa quando i vigili urbani hanno interrotto la Santa messa che veniva fatta in streaming con la chiesa vuota e fuori 4 o 5 fedeli sul piazzale che si erano portati la seggiolina da casa e stavano belli distanti l'uno dall'altro (i video lo testimoniano). Abolita la libertà religiosa senza nemmeno un sospiro di qualcuno: ho visto con i miei occhi fermare un vecchietto a pochi passi da una parrocchia a cui non è stato consentito di entrare e stare lì qualche minuto (non c'era nessuno) a dire una preghiera. Non si può, “il dpcm di Conte non lo prevede”. Con umiltà, e ben conscio di non essere interessante come Fabio Fazio da lui così apprezzato, mi rivolgo a Papa Francesco: “Santità, ha fatto benissimo a tuonare sulla chiusura delle chiese a Roma, facendole riaprire. Ma a che serve se nessuno può entrare a recitare una preghiera? Non si può chiedere attraverso il segretario di Stato Vaticano, il cardinale Pietro Parolin, al premier italiano di concedere espressamente quella preghiera in chiesa a tutte le condizioni cautelari del caso? Possibile che si possa entrare in un supermercato e non in una parrocchia?”.

Siamo tutti persone con la testa sul collo, ci mancherebbe. E se ci dicono di non uscire e di limitare al minimo gli spostamenti necessari, lo capiamo bene. Ma la libertà portata via è un grandissimo sacrificio, e sulla riconquista della libertà è stata costruita questa Repubblica. Almeno  a quella di scrivere e dire anche criticamente quel che si pensa non si può rinunciare. Noi siamo prigionieri in questo modo soprattutto per una ragione: non abbiamo un sistema sanitario nazionale all'altezza di questa emergenza. Non ce l'hanno anche altri paesi, e non è una consolazione: è la spia di come abbiamo costruito in maniera totalmente sbagliata negli ultimi decenni i nostri sistemi- Paese. Mancano ospedali, posti letto e terapie intensive oltre che a mascherine, guanti, respiratori perché si è tagliato tutto quel che era possibile in questo arco di tempo. Facciamo passare questa emergenza, ma poi bisognerà fare i conti con chi ci ha messi in questa situazione.

Oggi la Lombardia è allo stremo (a Bergamo non hanno manco le bare per dare sepoltura alle vittime), e fra qualche giorno lì sarà realtà il dramma della scelta su chi curare perché ci sono possibilità di successo e chi no. Nel Lazio siamo messi peggio come strutture, perché chi governa oggi ha compiuto tagli dissennati e radicali (come la chiusura del Forlanini), ma abbiamo ancora qualche giorno di vantaggio rispetto al Nord. Non c'è tempo da perdere, bisogna utilizzare tutto quel che esiste, allargare le terapie intensive dove ci sono già, usare i posti letto pubblici e privati per dare assistenza agli altri malati che continuano ad esserci e di cui non si cura più nessuno. E riaprire con una corsa contro il tempo qualsiasi struttura sia stata colpevolmente chiusa in questi anni, ma è ancora configurata per lo scopo quando non perfettamente attrezzata all'entrata in funzione. Anche sul coronavirus c'è l'emergenza, ma anche la necessità di trovare luoghi per la degenza e la quarantena di chi ha passato la fase critica. Forza, bisogna fare molto di più senza pensare ad altro.

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