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Vince Grillo e fa prigioniero il Pd

La piattaforma Rousseau certifica con un plebiscito (79,3%) la nascita del nuovo governo

Vince Grillo e fa prigioniero il Pd

Come avevamo ampiamente previsto nelle prossime ore giurerà nelle mani del presidente della Repubblica Sergio Mattarella il governo rossogiallo guidato da Giuseppe Conte. Ieri con una buona affluenza (67,9% degli aventi diritto) gli iscritti al Movimento 5 stelle hanno dato il loro assenso sulla piattaforma Rousseau in larga maggioranza (79,3%) al matrimonio politico con quel Pd che veniva ritenuto fino a qualche settimana fa l'avversario per eccellenza. I due alleati si sono scambiati lungo sei anni ogni tipo di insulto violento, e certo il matrimonio non è il frutto della coerenza. Ma la politica non da ora è fatta anche di questo, che fra i grillini è possibile più che altrove perché sono convinti che l'altro conti poco o nulla, perché tanto sono loro a imporre l'agenda politica, e gli alleati servono al massimo per approvarla. Così all'epoca del governo gialloverde ci tenevano a dire che su 12 provvedimenti approvati nel primo anno, dieci erano propri del M5s. Allo stesso modo ieri Luigi Di Maio ha rivendicato con orgoglio di essere riuscito a fare inserire nei 30 punti del programma del nuovo esecutivo tutti i 20 slogan grillini portati al premier incaricato. Come dire anche in questo caso che Nicola Zingaretti e i suoi conteranno assai poco nei fatti.

La spara grossa? Mica tanto. Perché da questa vicenda esce vero trionfatore sia pure in modo altamente spregiudicato proprio il Movimento cinque stelle. Era stato messo in un angolo da Matteo Salvini che alla vigilia di Ferragosto ha deciso di staccare la spina all'esecutivo, aveva davanti la prospettiva di elezioni in cui avrebbe perso sicuramente la maggioranza degli attuali parlamentari e sarebbe stato condannato all'irrilevanza politica nella successiva legislatura. Grazie al fatto che Matteo Renzi - oggi vero capo delle truppe Pd in Parlamento - con elezioni anticipate avrebbe subito lo stesso identico destino, è riuscito con una giravolta ad evitare la funesta prospettiva e dare scasso a chi (la Lega) l'aveva messo in quella condizione. Aveva alternative possibili? Sinceramente no, e non sorprende perciò quel che è accaduto. Nell'immediato era il solo modo di salvare la pelle, ma in prospettiva vale assai di più. Basta guardare a quel che ha ottenuto dalla controparte in cima all'agenda: il Pd che assicura il voto finale sulla riforma costituzionale che taglia i parlamentari in cambio di una nuova legge elettorale proporzionale che faccia sparire ogni traccia di premio di maggioranza in modo da rendere impossibile un a vittoria al centrodestra guidato da Salvini e sicuro che quello schieramento non sia in grado di eleggere da solo il prossimo presidente della Repubblica. Quale sarà il risultato di una legge così? Semplice: rendere impossibile il formarsi di una maggioranza politica, che provi a costituirla il principale partito della sinistra o il principale partito della destra. Così diventerà decisivo chi senza problemi come ha appena dimostrato, può allearsi indifferentemente con l'uno o con l'altro. Il M5s che sembrava fino a qualche settimana in crisi in questa prospettiva dal governo italiano non prenderà più commiato per chissà quanti lustri, salvo che gli italiani lo puniscano in maniera drastica.

Si capisce meno invece la convenienza del Partito democratico in questo connubio. Sì, certo, tornano al governo per l'ennesima volta in questi anni e qualche loro dirigente risolverà la personale crisi di astinenza dalla poltrona. Lo fanno con identica spregiudicatezza dei loro alleati, ma per risolvere questi problemi personali largamente diffusi nella loro classe dirigente consegnano le chiavi del governo agli odiati cinque stelle per un tempo lunghissimo, rinunciando definitivamente a quella vocazione maggioritaria che era la ragione stessa della nascita del Partito democratico. Può sembrare che parliamo di cose un po' sulla luna - e non è così - ma anche scendendo terra a terra, è vero che il programma del nuovo esecutivo (e pure la sua guida sotto ogni aspetto) porta chiarissima l'impronta predominante grillina. Dall'inizio di questa trattativa infatti il Pd si è rimangiato qualsiasi condizione abbia mai presentato. Prima era irrinunciabile per la discontinuità la sostituzione di Conte, poi ok a Conte. Allora era irrinunciabile che con Conte in campo ci fosse un vicepremier unico del Pd. Invece nessun vicepremier. Poi era necessaria la discontinuità nei programmi, a cominciare dai decreti sicurezza dell'odiato Salvini. Invece quei decreti se li tengono come sono accettando come uniche modifiche le due di buon senso, ma che non toccano l'impianto, proposte da Mattarella. E ancora: discontinuità sul decreto dignità. Invece nulla. Incassano il no inceneritori dopo essersi immolati anche in amministrative per difenderli. Incassano il no trivelle dopo avere tentato con successo di boicottare il referendum promosso dai grillini, festeggiandone pure il risultato con il celebre “Ciaone”. E potrei continuare all'infinito.

Era il grande partito della sinistra, il Pd ideato da Walter Veltroni. Vederne ieri la resa incondizionata con tutti questi poveri dirigentini appesi al risultato di Rousseau faceva quasi pena: accusavano quel sistema di essere la spectre antidemocratica per eccellenza. Ieri Graziano Delrio in fremente attesa lo ha definito «una normale procedura democratica», e così ha strappato a tutti un'amara risata...

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