Politica

Renzi col fiatone

I VOTI DEL GOVERNO Premier alla guida di una squadra da retrocessione Si salvano Orlando alla Giustizia, Lorenzin alla Salute, Madia alla Pa

Il secondo anno è sempre più difficile del primo. E così, dopo un 2014 fulminante che ha portato Matteo Renzi dai campionati locali a quello nazionale, per il premier il 2015 è stato assai più complicato. Prova ancora a giocare all’attacco, ma ormai ripete stancamente sempre gli stessi schemi che gli italiani... pardon, le difese, hanno imparato a memoria. A sua parziale discolpa va annotato che i compagni di squadra non paiono in grado di dargli una grossa mano. Persino la più talentuosa della compagine, Maria Elena Boschi, dopo un anno in ascesa che aveva fatto ipotizzare addirittura un suo subentro nel ruolo di capitano, è incappata in un brutto infortunio che per poco non le è costato l’addio alla squadra. Si salvano dall’anonimato Angelino Alfano, la cui migliore (unica?) dote è la resistenza alle critiche e l’attempato Pier Carlo Padoan, che pur di restare in squadra si presta a schemi che in passato lo avrebbero fatto inorridire. In definitiva, sembra una squadra in grande affanno che guarda con molta preoccupazione all’anno che verrà. Per i meno avezzi: in piedi da sinistra Beatrice Lorenzin, Roberta Pinotti, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Angelino Alfano; seduti da sinistra Pier Carlo Padoan, Marianna Madia, Dario Franceschini, Maria Elena Boschi, Andrea Orlando, Giuliano Poletti.     MATTEO RENZI 4 Se il metro di giudizio fosse la militaresca occupazione di tutte le poltrone, saremmo di fronte al miglior statista della storia repubblicana. Peccato che governare significhi anche altro. Specialmente rispetto a una manovra fatta in deficit, poca spending review, fuochi d’artificio come il bonus ai quindicenni. Qualche (almeno!) consolo fiscale sulla casa è tutto ciò che resta. Mentre altrove camminano, l’Italia va gattoni. Distratta, peraltro, dall’inondazione di slides e slogan che francamente hanno pure un po’ rotto.     MARIA ELENA BOSCHI 5 La ragazza di provincia è piombata nell’immaginario collettivo e lì si è accomodata. Ormai, che «è brava» è un assunto scientifico. Lei rappresenta il trionfo dello pseudoideale renziano. E anche la fine: la vicenda di Banca Etruria dimostra che questi ragazzi, saliti al potere strizzando l’occhio ai coetanei sull’onda della rottamazione, sono espressione di un preciso agglomerato di potere.     PIER CARLO PADOAN 4 Governare cambia la vita. Spesso anche le idee. Così al Padoan contrario all’innalzamento del tetto del contante si sostituisce quello favorevole, pronto ad escludere che la misura favorisca l’evasione fiscale. E il Padoan che riteneva prioritario per la ripresa il taglio delle tasse sul lavoro piuttosto che quello sulla casa lascia il posto al Padoan che sposa l’abbassamento della pressione sugli immobili. È il renzismo, bellezza! Anche se poi qualche resistenza la oppone. Tipo quando al meeting di Rimini ricorda al premier che senza spending review le tasse non si possono tagliare. O quando, mentre Renzi presenta il libro di Vespa, lo corregge a distanza via sms sui dati della crescita. Che rimane inchiodata sotto l’1%.     ANGELINO ALFANO 4 Inizia l’anno con il pasticcio del voto al Quirinale. Poi prosegue con il dramma dei flussi migratori, le stazioni al collasso, le circolari che imponevano accoglienza agli Enti Locali, i cittadini imbestialiti. E l’Europa che sistematicamente ha ignorato le nostre necessità. Da ultimo, le polemiche su dotazione e organico delle Forze dell’Ordine. Però resiste, fiero, al timone del Viminale. Un anno da 4, ma con 10 alla tenacia.     ROBERTA PINOTTI 5 Guerra sì, guerra no. I 5.000 militari da inviare in Libia, con successiva frenata/smentita del premier, sono stati la cifra iniziale di un anno passato nella scomoda posizione di interpretare i pencolamenti di politica estera del governo. Il tasto dolente rimane sempre quello dei Marò. La buona fede non basta.     PAOLO GENTILONI 4 L’esclusione dell’Italia a settembre dal vertice europeo su Siria e Libia con Germania, Gran Bretagna e Francia dà la misura del peso del nostro Paese in ambito internazionale. E pensare che Renzi investì tantissimo per ottenere la nomina di Federica Mogherini a Lady Pesc. Di fronte a certi nomi che circolavano per sostituirla in Italia, quello di Gentiloni era il meno peggio, ma la politica estera non va. Sull’Isis il capolavoro del ministro: «Dobbiamo combattere i terroristi sul piano militare, senza entrare in una dinamica di conflitto». Con le supercazzole non si cambia il mondo.     MARIANNA MADIA 6 Nella conferenza stampa di fine anno, Renzi ha ammesso che il ritardo dei decreti attuativi della riforma Pa non è imputabile al ministro, ma «la colpa è nostra». Certo, è titanica la sfida di mettere mano a una burocrazia pletorica, approdo per decenni di lottizzazioni. Ma a due anni dall’insediamento del governo Renzi la svolta non c’è stata. In attesa, dunque. Ma per quanto ancora?     DARIO FRANCESCHINI 5 Dallo slogan «verybello» ai sette manager stranieri per i nostri musei, il 2015 è stato sull’onda dell’esterofilia. Magari la penseranno diversamente i turisti rimasti davanti ai cancelli del sito di Pompei o del Colosseo chiusi per assemblea sindacale. Rimane l’immagine gloriosa di questi ultimi giorni di dicembre: le sei domus di Pompei inaugurate, punto di arrivo di un percorso iniziato dal governo Berlusconi.     BEATRICE LORENZIN 6 Nel futuro nebbioso di Ncd, ormai lei sembra al sicuro nel porto renziano. Chiaramente poco incline alla gazzarra del confronto politico quotidiano è piuttosto calata nel suo ruolo di governo, che le impone di affrontare ripetutamente pseudo-psicosi collettive: Stamina, carne rossa, cure omeopatiche. La sanità, però, è quella che è.     ANDREA ORLANDO 6 In questo Paese fare il guardasigilli significa portare la croce, e Orlando non è da meno. Il rapporto con il mondo dei magistrati iniziò molto bene, poi lo scontro tra toghe e governo ha conosciuto punte molto acute. Non è facile, di certo, barcamenarsi. Ma certe gaffes sarebbero evitabili. Come proporre Adriano Sofri nel comitato di esperti per la riforma delle carceri.     STEFANIA GIANNINI 5 Per la prima volta una riforma del sistema dell’istruzione non porta il nome del ministro che l’ha mandata in porto. La «Buona Scuola» reca il marchio di Renzi, gaffes incluse. Col tempo capiremo se sarà l’ennesima operazione gattopardesca. Alla Giannini va ascritto intuito politico. Da una Scelta Civica in affondamento è saltata nel veliero renziano. E, come per magia, si sono chetate le voci che davano per imminente una sua sostituzione.     GIULIANO POLETTI 4 Uno imitato da Crozza è immune dall’antipatia. Però resta tutta l’essenza di un Paese con l’occupazione che non riparte. Il pasticcio agostano dei numeri sbagliati forniti dal ministero sui contratti a tempo indeterminato è il punto più scuro di un anno grigio.

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