Politica

Rajoy non sfonda e cerca un alleato

Testa a testa tra Podemos e Ciudadanos. Possibile accordo con i socialisti del Psoe

Le elezioni più incerte dalla fine del franchismo in Spagna finiscono con la sostanziale conferma dei sondaggi: a vincere è il popolare Mariano Rajoy ma non con uno scarto sufficiente per tornare a governare da solo. La vera sorpresa, invece, è il vero sconfitto di questa tornata: il leader del Psoe Pedro Sanchez, schiacciato dal mancato sorpasso ai popolari e dal pressing a tutto campo dei populisti della sinistra radicale spagnola e del partito anti-casta di centro. Fino all’ultimo a contendersi il terzo posto, infatti, sono i due movimenti nuovi del panorama iberico: Podemos e Ciudadanos, che completano il quadro delle forze che compongono il nuovo sistema quadripolare spagnolo. Sono stati 36 milioni gli elettori chiamati ad eleggere i 350 deputati e i 208 senatori delle Cortes, in un voto che ha segnato la fine dei governi figli della vocazione maggioritaria, ossia l'alternanza tra socialisti e popolari che si sono sempre contesi il governo dalla fine del franchismo nel 1975.   Dal voto di ieri, invece, la Spagna emerge con un volto decisamente frammentato. Il Partido Popular con il 27.6% ottiene al Congresso tra i 124 seggi, mentre i socialisti del Partido Socialista Obrero Español (Psoe) con il 22,9% possono contare su 96 seggi. Lotta dura per il terzo posto: alla sinistra di Podemos 41 seggi mentre al movimento Ciudadanos di Albert Rivera ne vanno 36. Con questi numeri – la maggioranza è 170 seggi - l'ipotesi ventilata dagli analisti di una coalizione di governo diventa una necessità oggettiva. Se ieri i giornali nazionali («Gli spagnoli decidono l'inizio di una nuova era politica» titolava El Pais) parlavano di voto storico, lo è stato proprio per una novità assoluta in Spagna: la mancata stabilità sancita dalle urne, mai successo dal 1975. A complicare il quadro – a risultati quasi definitivi – anche il fatto che le coalizioni politicamente più affini fra i partiti storici e nuove formazioni, fra Pp e Ciudadanos o fra Psoe e Podemos, ventilate come ipotesi alla vigilia, resterebbero sotto la maggioranza assoluta di 176 seggi nel Congresso di Madrid. Una situazione singolare per la Spagna che preoccupa non poco i settori finanziari e le burocrazie Ue (non a caso l’Economist auspicava l’alleanza «europeista» tra Pp e Ciudadanos) davanti a una Spagna in difficoltà dopo la febbre alta dovuta alla lunga crisi economica. Davanti a questo ciò l'unica possibilità di governo di maggioranza è quella «alla tedesca»: un’intesa cioè tra Pp e Psoe. Lo stesso Rajoy venerdì per la prima volta non ha escluso categoricamente questa ipotesi, nonostante gli attacchi del socialista Sanchez. Questa eventualità, infatti, significherebbe la sconfessione del giovane leader socialista il quale, secondo i rumor, dovrebbe essere sostituito dalla presidente dell'Andalusia Susanna Diaz.   E gli altri? «Nasce una nuova Spagna. Il bipartitismo è finito ed entriamo in una nuova era del nostro Paese». Così ha parlato il numero due e portavoce di Podemos, Inigo Errejon, uno dei due «vincitori» di questa tornata assieme ai centristi «anomali» di Ciudadanos. Queste elezioni, infatti, hanno introdotto due elementi nuovi nel panorama nazionale: i due partiti anti-casta, nati da poco più di un anno, «invadono» il Parlamento spagnolo con decine di deputati, occupano più di un terzo dei seggi nel Congresso di Madrid con l’obiettivo, per nulla nascosto, di contendere lo spazio vitale dei vecchi partiti di destra e di sinistra. In attesa di capire come la Spagna affronterà questo inedito schema a quattro i temi del prossimo governo sono già all’ordine del giorno: dalle diseguaglianze sempre più evidenti alla disoccupazione che cresce, dagli scandali al nodo politico e istituzionale del secessionismo che, dopo la Catalogna, ha eccitato gli animi degli autonomismi molto presenti nel Paese. A tutto questo sarà chiamato a rispondere un vincitore senza maggioranza.

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