Politica

Pecorella: "L'accordo risolve un caso ma il Parlamento è sconfitto"

Ha seguito molti processi che hanno fatto la storia degli ultimi trent’anni, da Tassan Din a Tangentopoli fino a Silvio Berlusconi

«I nomi risultati dall’accordo in Parlamento sono di prestigio. Però va detto che se il criterio è esclusivamente quello delle alleanze numeriche, allora può essere eletto chiunque». Gaetano Pecorella commenta così l’elezione di Augusto Barbera, Franco Modugno, e Giulio Prosperetti alla Corte Costituzionale. Nome di primissimo piano dell’avvocatura italiana, Pecorella ha seguito molti processi che hanno fatto la storia degli ultimi trent’anni, da Tassan Din a Tangentopoli fino a Silvio Berlusconi. Nel suo curriculum, anche un’esperienza parlamentare in Forza Italia e nel Pdl. Un risultato molto sofferto, dopo un’infinità di fumate nere. Qual è la causa di questo? «Quanto accaduto è figlio di una debolezza culturale dei partiti. Il fatto che ci si concentri su personalità considerate vicine e non si prendano in esame giuristi di altissimo profilo perché non di area è il segno che anche nella Corte Costituzionale viene introdotto il germe del partitismo, della spartizione degli incarichi. Se c’è una sede in cui si dovrebbe guardare solo alle capacità scientifiche quella è proprio la Corte Costituzionale. Invece, in questo modo, si dà alla gente l’impressione che alla Consulta non vanno i migliori ma solo coloro i quali escono da un mercanteggio politico». Lei chi avrebbe visto bene come giudice della Consulta? «Non spetta a me fare nomi. Chiunque abbia un minimo di cultura giuridica sapeva dove mettersi le mani, ma evidentemente gli intessi erano quelli di spartirsi i posti». Chi esce vincitore e chi sconfitto da questa partita? «Sicuramente a perdere è l’immagine del Parlamento. E anche quella della Corte Costituzionale, la cui composizione nasce, lo ripeto, da un mercanteggio. Sul piano concreto, dei partiti, esce senz’altro sconfitta Forza Italia, visto che ha dovuto rinunciare ad un suo candidato». La Consulta è l’incubo di Berlusconi. Per anni ha lamentato una specie di colonizzazione della sinistra. «Berlusconi raramente è riuscito a mandare alla Corte i giuristi da lui proposti. E questo, francamente, non so da cosa sia dipeso. Non credo sia tanto un problema di destra o sinistra, quanto piuttosto di alleanze politiche che prevalgono su scelte di natura scientifica». Il fatto che il MoVimento 5 Stelle abbia stretto un accordo con il Pd, sul piano politico non costituisce una mutazione della natura del movimento? «Il MoVimento 5 Stelle è un po’ cambiato rispetto a quando si presentava come lo sfasciatutto. Ora si è messo a fare politica, e lo dimostra la circostanza di questi accordi. Però trovo assai singolare che un partito come M5S da un lato presenti la mozione di sfiducia contro la Boschi e dall’altro faccia accordi con il premier per la Consulta. Più in generale, comunque, vedo un senso di schizofrenia. Oggi ci si accorda con una parte, e domani con l’altra, a seconda delle necessità». Proprio quel che ha fatto Renzi con il Pd. Prima con Forza Italia e poi con i 5 Stelle. «È una logica centrista tipica della Democrazia Cristiana. La Dc quando non riusciva a trovare un’intesa con la destra, lo faceva con la sinistra. Ora la tecnica è di nuovo quella. Certo, dal punto di vista della morale politica lascia molto perplessi. Però facendo così la Dc ha governato per oltre quarant’anni. Chissà, magari anche Renzi ne trarrà vantaggio». A sua memoria ricorda un’elezione alla Consulta così tormentata? «Guardi, anch’io sono stato in corsa, una volta, per la Consulta. E quando si arrivò al dunque mi mancarono quaranta voti, tra cui alcuni anche da Forza Italia, il mio partito, per opera di chi cercava di andare al mio posto e poi non ci riuscì. Però in quel caso si risolse subito perché, dopo che il mio nome non passò, fu eletto Beppe Frigo. Però una situazione portata così alla lunga, negli anni in cui sono stato in Parlamento, dal ’96 al 2013, non me la ricordo. Bisogna tener conto, però, che oggi la politica è molto più disgregata. Allora c’erano dei poli ben definite. Oggi le carte sul tavolo sono diverse, e così gli interessi in gioco». L’Italicum dovrà passare al vaglio della Corte Costituzionale. Secondo lei è a rischio? «Sono un penalista e non un costituzionalista. I tre nomi eletti conoscono molto bene il loro mestiere. Complessivamente, credo che l’Italicum possa reggere al giudizio della Corte, ma la mia è una valutazione più di buonsenso che tecnica».

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