Non mi è piaciuta affatto l’edizione numero 6 della Leopolda, tempio ufficiale del renzismo doc. Tecnicamente ben studiato il registro narrativo, impeccabili i contributi grafici, i filmati, gli stacchi musicali (chapeau a Simona Ercolani). Coraggiosi alcuni interventi, a cominciare da quelli di due ragazze, una malata di tumore e l’altra pronta a candidarsi sindaco a Platì. Comprensibile la voglia di raccontare le cose fatte, all’insegna di parole importanti come «orgoglio» e «fiducia». Però è il messaggio politico di fondo che non soddisfa, poiché esso suona sostanzialmente così: «Siamo i più bravi in circolazione e stiamo facendo tutto il possibile e anche molto di più». Ora qui bisogna essere chiari ed onesti intellettualmente. Che in Italia oggi non vi sia in giro molto di meglio di Renzi e del suo governo è vero. Il MoVimento 5 Stelle è lontano dalla consapevolezza di cosa vuol dire governare e il centrodestra è, sostanzialmente, da rifondare. Ma questo stato delle cose non dovrebbe consentire a Renzi di dire che le cose vanno «abbastanza» bene e che comunque non si potrebbe fare meglio di così. La Leopolda non è il Pd, cioè il partito di maggioranza cui spetta il compito di battersi per difendere il governo e vincere le elezioni: bensì il luogo della denuncia e della proposta per raddrizzare le tante storture italiane, cui pochi (o nessuno) hanno messo mano negli ultimi decenni. Su questo Renzi e i suoi hanno costruito la loro identità, quella di una nuova classe dirigente che fa del cambiamento e della rottamazione il senso del proprio impegno. Senso che non può dirsi ben interpretato quando si è fatto il cinque o il dieci per cento di quello che serve, anche se questo poco è molto di più di quanto fatto dagli altri (di destra e di sinistra). Oggi l’Italia resta un Paese con impressionanti deficit di legalità in ogni settore, con un divario nord-sud identico a quello della fine dell’Ottocento, con una capitale impresentabile agli occhi di un osservatore straniero con almeno tre timbri sul passaporto. Insomma quello che resta da fare riempie una enciclopedia, non un quaderno. Avrei voluto una Leopolda tutta dedicata al racconto di quello che non va, mescolato alle proposte, lasciando da parte le lamentazioni fini a se stesse. Invece abbiamo visto sulla scena un «renzismo» appagato dal proprio potere e dai primi risultati raggiunti, un «renzismo» la cui carica innovatrice (qualcuno direbbe rivoluzionaria) rischia di rivelarsi un abile espediente retorico usato per scardinare l’inconcludente equilibrio politico precedente. Invece l’Italia ha bisogno di una offensiva riformatrice pesantissima, che proprio una classe dirigente che ha fatto bene le prime mosse dovrebbe intestarsi, forte dei risultati raggiunti e quindi più sicura di se. «In democrazia», disse Giovanni Spadolini nel suo ultimo discorso parlamentare, «si va al governo, non al potere». Vale oggi come allora. E vale per tutti.
Un elogio di se stesso Ma l’Italia è ancora ferma
di Roberto Arditti