Il susseguirsi degli arresti di presunti terroristi islamici in diverse città italiane consente di svolgere alcune inevitabili riflessioni sul problema della lotta al nemico che ci minaccia. Emerge con forza il timore, manifestato anche da autorevoli opinionisti e importanti attori politici, che la giustizia tipica dello Stato di diritto possano essere una insopportabile palla al piede in questo frangente drammatico. In primo luogo una notazione di respiro generale. Nel mezzo di una lotta epocale che mette in discussione la nostra civiltà e i nostri valori, è necessario far fronte comune. La legittima critica nei confronti dei singoli provvedimenti dei giudici non deve cedere il passo a una sfiducia generalizzata nei confronti della magistratura, come di tutte le altre istituzioni del Paese. I cittadini devono avere fede nella giustizia, ammonisce Calamandrei. Senza questo elemento di fiducia nella jurisdictio rischiamo di frantumare la coesione sociale e il senso del bene comune. Saremo molto più deboli di fronte a un nemico sempre più forte. Seconda considerazione. Fino a che punto è opportuno derogare ai principi di libertà e ai canoni dello Stato di diritto in nome della sicurezza? La sospensione dei diritti civili e costituzionali, sancita negli Stati Uniti dopo l’11 settembre con il Patriot Act e Guantanamo, e più di recente in Francia con la deroga ai diritti del cittadino enunciati dall’Assemblea Nazionale del 1789, è una strada giusta e, soprattutto, utile? Sicurezza e libertà individuali sono valori costitutivi di un Paese civile. Gli Stati democratici sono tali se riescono a coniugare i due valori, garantendo il massimo possibile di salvaguardia della sicurezza di tutti con la minima limitazione dei valori di ogni individuo. In questo momento di emergenza è inevitabile che la democrazia possa ridurre le libertà di cui è incarnazione. Può sembrare una negazione di se stessa, mentre è invece affermazione della sua forza. Tutto sta a trovare il punto di sintesi, che non può certo essere la negazione della Costituzione o la creazione di «reati di sospetto» e di «delitti di mera opinione», con l’arresto indiscriminato di ipotetici terroristi e con la demonizzazione di fedi religiose e di posizioni ideologiche. La deroga alla piena tutela delle libertà democratiche sotto attacco, in passato sancita durante l’emergenza terrorismo con la Legge Reale, e nella lotta alla mafia con la legge Rognoni-Latorre, può giustificare attenuazioni delle garanzie nel segno della sicurezza collettiva, a patto che si tratti di limitazioni circoscritte e rispettose dei diritti fondamentali che rendono l’uomo tale ai sensi dell’art. 2 della Costituzione. L’equilibrio, faticoso ma indispensabile, va allora ricercato, come di recente ribadito dal Procuratore di Venezia Carlo Nordio, nella doverosa, anche se faticosa, conciliazione di parole nobili come «solidarietà» e «accoglienza» con quelle necessarie di «controllo» ed «espulsione». Su questo crinale scivoloso l’azione dei servizi segreti, delle forze di polizia e della magistratura sta evidenziando uno iatodrammatico tra mezzi e fini. L’esperienza insegna che la lotta al crimine, terroristico e mafioso, significa conoscenza, anche con logiche di infiltrazione, del fenomeno da sradicare. Un nemico invisibile è per ciò solo invincibile. Di fronte al terrorismo internazionale si avverte una sproporzione disarmante tra un avversario senza frontiere e le forze in campo confinate entro gli steccati nazionali. La lotta che ci aspetta richiede quindi il superamento degli egoismi nazionali, il coordinamento reale dei servizi segreti dei vari Paesi, la creazione di una banca dati unitaria. In assenza di questo salto di qualità lontana la sfida che ci aspetta non solo sarà difficile, ma rischierà di essere impossibile.
Contro il terrorismo serve un fronte comune
di Francesco Caringella