Il dibattito è sempre lo stesso: per garantire la nostra sicurezza dobbiamo limitare la nostra libertà? Una risposta probabilmente non c’è. Soprattutto se la parola libertà coincide con «libertà di comunicare attraverso il web». Non scomoderemo Edward Snowden, né il Grande Fratello telematico. Ma ci limiteremo a fare un viaggio indietro nel tempo, al 2005. Come oggi anche dieci anni fa il sentimento dominante era la paura. Il 7 luglio una serie di bombe erano state fatte esplodere a Londra e avevano provocato 56 morti e 700 feriti. Anche allora il mandante era l’estremismo islamico. Di fronte all’attacco il governo Berlusconi reagì varando quello che venne ribattezzato il «Patriot Act italiano» o più comunemente «decreto Pisanu». Una serie di norme che, inasprendo i controlli, cercavano di prevenire eventuali attentati. Tra queste anche alcune riguardante gli internet point. Se gli estremisti comunicano attraverso la reta, era il ragionamento, dobbiamo essere in grado di tracciarne il più possibile le comunicazioni. Così, ad esempio, veniva stabilito che chiunque volesse aprire un «pubblico esercizio o un circolo privato di qualsiasi specie la cui esclusiva o prevalente attività consista nel mettere a disposizione del pubblico, dei clienti o dei soci più di 3 apparecchi terminali utilizzabili per le comunicazioni, anche telematiche», doveva presentare richiesta al Questore. Ma anche che: i clienti dovessero fornire preventivamente un «documento di identità»; le loro operazioni dovessero essere monitorate;i dati relativi dovevano essere archiviati. Insomma tutto doveva lasciare una «traccia». Per molti quel giro di vite fu semplicemente inaccettabile. Anzi, spiegarono anni dopo, fu una delle cause principali del mancato sviluppo della tecnologia wi-fi nel nostro Paese. Per questo, tra il 2010 e il 2011, entrambe le norme vennero cancellate. Oggi chiunque può entrare in un internet point e comunicare con chi vuole senza che nessuno gli chieda niente. Noi stessi abbiamo provato e possiamo confermarlo. E la domanda nasce spontanea? Non c’è il rischio che i fondamentalisti possano utilizzare queste strutture per organizzare le loro azioni? È proprio quello che ha denunciato all’ Adnkronos Lorena La Spina dell’Associazione Nazionale Funzionari di Polizia: «Internet è ormai diventato un colabrodo per la sicurezza occidentale. Sarebbe opportuno creare sezioni specializzate all’interno delle Questure, considerato che sulla Polizia Postale grava già un onere molto significativo, essendo chiamata a gestire un settore che ha un’importanza strategica a livello investigativo, certo non solo in materia di terrorismo». Come se non bastasse il governo continua a tagliare le risorse destinate alla sicurezza, mentre lo sviluppo informatico ha creato programmi per modificare la propria identità e chat che, in molti casi, sono «impossibili da intercettare» (i terroristi di Parigi, ad esempio, comunicavano attraverso la chat della PlayStation 4). In questo contesto, prosegue La Spina, è impossibile pensare che gli internet point possano continuare ad essere un far west: «È urgente la reintroduzione della norma che, fino al 2011, imponeva agli internet point ed a tutti coloro che offrono il servizio di connessione ad internet all’interno della propria attività l’obbligo (internet cafè ndr ) di identificare i fruitori del servizio e di richiedere la licenza al Questore. A ciò è conseguito anche il venir meno del corretto trattamento dei dati e della loro conservazione, con evidente pregiudizio per eventuali esigenze di carattere investigativo». MONEY TRANSFER Ma parlare di internet point, molto spesso, significa anche parlare di trasferimento di denaro all’estero. Infatti non è raro trovare, accanto al servizio di «fornitura web», quello di money transfer. Qui, però, i controlli sono più rigorosi. Lo scorso luglio, in un’audizione davanti al Comitato Parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen, il Capo del III Reparto Operazioni del Comando Generale della Guardia di Finanza Generale Stefano Screpanti, ha parlato proprio di questo fornendo dei numeri molto interessanti. Nel 2014 il valore delle «rimesse» verso l’estero attraverso questo circuito è stato di 5,3 miliardi di euro. Il primo Paese beneficiario è la Romania (16,5% dei trasferimenti) seguito da Cina (15,4%) e Bangladesh (circa il 6,8%). Circa un milione di euro sono andati in Libia, 600 mila in Siria e 500 mila in Iraq. Dai controlli effettuati in questi anni è emerso, ad esempio, che i money transfer possono essere utilizzati per trasferire soldi destinati a finanziare il traffico di esseri umani. Attività che, secondo alcuni, l’Isis gestirebbe ormai direttamente. Certo, non stiamo parlando di grosse somme visto che le norme attuali prevedono il divieto inviare importi pari o superiori a mille euro. La Legge di Stabilità prevedeva l’innalzamento del limite a 3.000 euro. Un emendamento lo ha riportato a 1.000. Per fortuna.
Il far west degli Internet point E gli estremisti ringraziano
Cancellate le norme previste dal decreto Pisanu Nessuno controlla più chi sono e cosa fanno i clienti
