Politica

Condannato a 10 anni l’accusatore di Del Turco

L’imprenditore Angelini parlò di tangenti (mai trovate) all’allora governatore dell’Abruzzo

Vincenzo Angelini, il «re delle cliniche» abruzzesi, grande accusatore dell’ex governatore Ottaviano Del Turco, è stato condannato dal Tribunale di Chieti a dieci anni di carcere per il crac di Villa Pini. Cinque anni e cinque mesi sono stati inflitti alla moglie Annamaria Sollecito e quattro anni e cinque mesi alla figlia Chiara, coinvolte nella stessa inchiesta. Si conclude, dunque, con una pena esemplare, di poco inferiore alla richiesta del pm, il processo di primo grado a carico dell’imprenditore che con le sue contraddittorie accuse, prive di qualunque prova, ha determinato prima l’arresto e poi la condanna a 9 anni e 6 mesi dell’ex presidente della Regione Abruzzo, per il quale proprio ieri i difensori, smontando l’impianto accusatorio, hanno reclamato, in appello, l’assoluzione piena «perché i fatti non sussistono» (i pm hanno invece chiesto una condanna a 6 anni e 6 mesi). La storia che ha visto alla sbarra Angelini comincia nel momento in cui la «gola profonda» imputa alle pretese tangentizie di Del Turco lo svuotamento delle casse delle sue cliniche. Ipotesi ritenuta immediatamente credibile dai magistrati di Pescara nonostante i loro colleghi di Chieti accertino che in realtà le risorse finanziarie delle strutture sanitarie dell’imprenditore venivano utilizzate in ben altro modo. È il gennaio del 2010, infatti, quando il Gip del tribunale teatino ordina il sequestro di Villa Pini, di cui, pochi giorni dopo, viene dichiarato il fallimento. Nelle stesse settimane procura e tribunale fallimentare di Chieti, poco prima che Angelini li trasferisca con un camion chissà dove, mettono le mani anche su alcuni beni preziosi che l’imprenditore custodiva in un magazzino. Fra questi, quadri di enorme valore di Guttuso, De Chirico e Tiziano. Lo scenario appare sempre più chiaro, tanto che ad aprile di quell’anno Angelini viene arrestato per bancarotta fraudolenta. Per gli inquirenti teatini la distrazione accertata del patrimonio economico di Villa Pini è di oltre 100 milioni di euro, 95 dei quali, secondo il gip, prelevati dai conti correnti intestati alla stessa clinica in favore di se stesso e dell’altra holding del gruppo, la Novafin Spa, poco dopo fallita insieme alle altre cinque. Le indagini proseguono sopperendo all’inerzia della procura di Pescara, all’epoca guidata da Nicola Trifuoggi (famoso per il fuorionda in cui Gianfranco Fini, allora presidente della Camera, annunciava guai giudiziari per Silvio Berlusconi), che indagò Angelini per bancarotta solo dopo che lo stesso fu iscritto nel registro degli indagati, per lo stesso reato, dalla procura di Chieti. Il sei dicembre del 2011 l’accusatore di Del Turco viene rinviato a giudizio: la bancarotta accertata dai pm è di 200 milioni di euro. Nel maggio del 2014 i magistrati rivelano che 100 milioni provenienti dalla bancarotta di Villa Pini sarebbero finiti nelle banche delle Antille olandesi. Nell’udienza del marzo scorso viene sentito il consulente della curatela fallimentare, il quale afferma che nei quattro anni che precedettero il fallimento della clinica ci fu un drenaggio di risorse dalle strutture sanitarie a favore dei coniugi Angelini pari a 30 milioni di euro, tre dei quali impiegati per spese personali (abiti e gioielli) di cui avrebbero goduto anche moglie e figlia. Il passivo delle società tocca la cifra di un miliardo di euro, 318 milioni quello di Villa Pini. La condanna di Angelini (contestuale all’assoluzione dei tre componenti del collegio sindacale) appariva, in definitiva, una pura formalità.

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