Politica

Tra Ignazio e Pd amore mai sbocciato

Dai sondaggi velenosi ai comissariamenti politici fino agli scontri con Renzi Ecco la storia di un’esperienza «democrat» nata sotto una stella «marziana»

È la fine di un amore mai nato. Altro che «questo partito l’ho fondato io»: fra Ignazio Marino e il Partito Democratico non c'è mai stata la giusta sintonia, divergenze che a nemmeno metà mandato hanno portato il "marziano" e i democrat a recitare uno squallido remake del bestseller «La guerra dei Roses». Gli attriti verso il candidato trascinato in Campidoglio dall’ex guru Goffredo Bettini iniziano sin dal primo giorno, nel giugno 2013, con la nomina della Giunta. Dentro tanti tecnici, troppi secondo i Dem, che si devono accontentare di appena 4 assessori "organici": Daniele Ozzimo, Paolo Masini, la "quasi" verde Estella Marino e la fresca parlamentare Marta Leonori, quest’ultima pare sacrificata all’altare della surroga alla Camera con l’ex diellino Marco Di Stefano. Solo un "contentino" per Mirko Coratti, che ripiega suo malgrado sulla presidenza d’Aula. Il "marziano", come l’ha definito Bettini, piace alla base della sinistra romana: fuori dagli schemi e dai giochi di potere, caratteristiche che in pieno boom grillino fanno comodo. Ma con il passare delle settimane le cose cambiano. I municipi, termometro dei territori, iniziano a sbattere i piedi. Marino si barrica nel palazzo, la squadra è ingenua, inesperta e il sindaco si scorda il dialogo con base e categorie. Il gruppo Pd in Campidoglio è in fermento. Il chirurgo Dem e Nicola Zingaretti rompono subito, Francesco D’Ausilio (allora capogruppo) inizia a fargli la guerra. Il 27 ottobre 2014 viene diffuso un "sondaggio-shock", commissionato dal gruppo, dove si evince che 8 romani su 10 non sarebbero disposti a rieleggere Marino. Il partito usa quei dati per costringere Ignazio al tanto atteso rimpasto, che dovrebbe trasformare la giunta "marziana" in "politica". Il sindaco è alle corde, messo in crisi anche dall’autogol del Panda-gate. Marino resiste e il 4 dicembre scoppia Mafia Capitale: indagati Ozzimo e Coratti, proprio quelli che stavano per entrare in Giunta. Il chirurgo Dem ritrova energie e si erge a baluardo della legalità, mettendo un Pd dilaniato in un angolo. Il rimpasto si fa, arriva il 30 dicembre 2014, ma la nuova Giunta è ancora più tecnica. La vittoria dura poco. Marino non ha più copertura politica: il suo mentore, Goffredo Bettini, ha perso potere, mentre Matteo Renzi in maggio aveva trascinato il partito laddove nemmeno Enrico Berlinguer era riuscito, al 40%. Il premier-segretario inizia a dettare legge a Roma: cala dall’alto il fido Matteo Orfini, ex dalemiano convertito sulla via di Firenze, commissaria il Pd locale e ordina a Fabrizio Barca di creare un indice dei circoli "cattivi". Marino fa di tutto per ingraziarsi Renzi, ma il chirurgo Dem è tutto il contrario del prototipo di "homo renzianum": quando Graziano Delrio viene sostituito ai Rapporti con gli Enti Locali da Claudio De Vincenti, è l’inizio della fine. La nuova crisi arriva con l’annuncio del Giubileo. Renzi fa nominare Franco Gabrielli prefetto e lo individua quasi subito come futuro commissario, a spese di Marino che sognava di essere il «sindaco dell’Anno Santo». Quando scoppia Mafia Capitale 2, Ignazio corre in tv a dire che «il Pd Roma voleva farmi nominare Ozzimo e Coratti assessori» e non difende il partito. A luglio è Renzi a impallinarlo tre volte in un giorno: su La Stampa, via Twitter e poi a Porta a Porta. Ripetendo in loop: «Marino è onesto ma la città non funziona, governi se ne è capace». Per il chirurgo Dem sembra finita. Orfini prova a intercedere. Renzi pur di non incontrarlo anticipa il blitz alla Festa dell’Unità, ma poi lo grazia. Però Marino è debolissimo. Il commissario gli detta il rimpasto: Causi vicesindaco, Esposito ai Trasporti e Rossi-Doria alla Scuola. Il Governo affida il coordinamento del Giubileo a Gabrielli e fa del prefetto una sorta di "badante" del sindaco. Lui non la prende bene. Ad agosto parte 20 giorni per le vacanze americane, lasciando il Campidoglio in mano a Causi, non si presenta il 27 agosto a un Consiglio dei Ministri tutto dedicato a Roma e a metà settembre se ne vola di nuovo a Philadelphia, facendosi criticare pure dal Vaticano. Renzi è furioso, Orfini pure e nel frattempo scoppia il caso scontrini. Il resto è storia di questi giorni: il commissario Pd lo scarica, lui si dimette ma poi ci ripensa. Nel frattempo il gruppo di spacca: le motivazioni per la sfiducia sono troppo deboli ma, soprattutto, le aree minoritarie (zingarettiani su tutti) sperano di approfittarne per far fuori Orfini. Tutto vano: Renzi assicura «piena fiducia» al commissario e il gruppo si ricompatta. La storia di Marino sindaco e di un amore mai nato finisce qui.

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