«Le decisioni di spesa venivano assunte prima e al di fuori dei circuiti legali, mediante i famigerati accordi bonari, poi fatti ratificare dal Cipe, circa due anni più tardi». È questa la tecnica del "gioco dell’oca" che ha permesso di far lievitare a dismisura i costi della linea C della metropolitana di Roma, iniziata nel 2006 e ancora "monca". La procura della Corte dei conti del Lazio ha citato in giudizio 11 persone, tra dirigenti di Roma Metropolitane (la società in house di Roma Capitale che funge da stazione appaltante dei lavori) e del Consorzio Metro C (contraente generale dell’opera). Dovranno presentarsi a giugno dell’anno per la prima udienza del processo: Giovanni Simonacci, responsabile unico del procedimento e direttore tecnico della linea C; Enrico Molinari, direttore dei lavori; Federico Bortoli, ad di Roma Metropolitane; Enrico Testa e Giovanni Ascarelli, che si sono avvicendati alla carica di presidente di Roma Metropolitane; Filippo Stinellis e Franco Cristini, ad e presidente di Metro C; Francesco Rotundi, Mario Accurso, Guido Mannella e Clemente Pisu, direttori generali di Metro C. Il danno erariale (relativo al periodo che va dal 2006 al 2010) era stato quantificato in 363.722.828 euro nell’invito a dedurre notificato ad ottobre dell’anno scorso a 21 indagati. Con la chiusura delle indagini è stato riformulato in 270.160.576 euro (a cui si sommano 5 milioni di danno morale) e sono state archiviate le posizioni di 10 indagati. La procura, però, ritiene che solo la metà di questa cifra, ossia 135.080.288 euro debba essere risarcita dagli 11 dirigenti citati in giudizio, in quanto vi sono «altri soggetti, "comprimari", che sono restati nell’ombra della vicenda illecita». IL RUOLO DELLA POLITICA «Nella realizzazione dell’opera – si legge nell’atto di citazione firmato dal procuratore Raffaele De Dominicis – si è verificata un’inversione nella costruzione delle tratte (si è partiti dalla periferia e non dal centro, ndr ) riconducibile al Cipe. Quindi, il "livello politico", potrebbe aver giocato un certo ruolo». Le modifiche apportate al progetto originario hanno determinato, per un verso, un enorme incremento di spesa, per l’altro, un notevole ritardo nell’esecuzione dei lavori. «Per nascondere il mancato rispetto dei tempi di consegna, perfino delle tratte più semplici (quelle fuori terra), si modifica la tempistica dei lavori e si riconoscono diritti ulteriori al contraente generale, al di fuori di qualsiasi logica». L’ex assessore alla Mobilità Guido Improta è stato sentito nell’ambito del secondo filone d’indagine contabile, su presunti fatti illeciti post 2010. LA TECNICA DEL GIOCO DELL’OCA «Dall’analisi delle varianti e dal loro raffronto con le delibere Cipe – si legge nell’atto di citazione – risulta chiara quella che potrebbe definirsi "la tecnica del gioco dell’oca": si impegnavano spese con strumenti formalmente corretti, ma poi si attendevano anni per coprire, a cose fatte, i costi effettivi, ricorrendo a storni o modifiche del quadro economico generale, che restava invariato solo in apparenza». La Procura contabile ha analizzato le 45 perizie di variante approvate dal 2007 in poi, isolandone 23, ritenute "illegittime". Spesso sono motivate con "sorprese archeologiche", anche se «rientrano nella componente di rischio del contratto di appalto». Stesso discorso per i 34 milioni e mezzo di euro spesi per "modifiche e migliorie agli impianti", i 47 milioni per lo smaltimento delle terre di scavo e i 3.191.584 euro per spostare i semafori a Giardinetti. Si arriva al paradosso che, in alcuni casi, è la stazione appaltante a sollecitare il contraente generale a proporre varianti. La n.22, costata ben 35.262.164 euro, è definita dal procuratore come "la peggiore tra tutte quelle approvate". Riguarda i lavori per sprofondare di 18 metri l'intersezione della linea C con la A, in corrispondenza della stazione San Giovanni, «con un costosissimo dedalo di scale mobili, fatto approvare dal Cipe nel 2009, travisando le preoccupazioni della Soprintendenza». «La preordinazione di ciò fa intravedere un tasso di colpevolezza gravissima, ai confini del dolo». L’OMBRA DI INCALZA Spesso le varianti risultano prive di autorizzazione della Giunta capitolina. «L’omessa informazione ha sottratto a Roma Capitale poteri decisionali di sua competenza e accresciuto lo stato di disordine e di generale scaricabarile». «Un ruolo non secondario» lo ha avuto la Struttura tecnica di missione presso il ministero delle Infrastrutture, guidata per anni da Ettore Incalza, arrestato lo scorso 16 marzo su richiesta della Procura di Firenze con l’accusa di corruzione nell’inchiesta sulle grandi opere pubbliche. Il procuratore regionale ha già disposto ulteriori accertamenti presso il ministero, «al fine di esercitare l’azione di responsabilità nei confronti dei componenti della Struttura tecnica di missione». Incalza è già indagato dalla Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta penale sulla metro C.
«Sono 22 le varianti illegittime È il gioco dell’oca della Metro C»
I magistrati citano 11 a giudizio
