Politica

Il Pd all’angolo si prepara all’arringa

Pronto il contrattacco al primo cittadino. In Aula entro la settimana Il vero nodo sono i Municipi. Presidenti pronti all’addio al partito

Una partita a risiko. E già, perché lo scacco matto lo ha già fatto il sindaco di Roma Capitale, Ignazio Marino che in barba al diktat del Pd continua a tenere tutti col fiato sospeso, mandando messaggi quotidiani di un’autonomia di governo che di fatto non ha. Lo ha fatto anche ieri, sottolineando la natura delle sue dimissioni, date per rispetto alla magistratura sulla vicenda - ancora tutta da chiarire - degli scontrini. «Ho sempre dimostrato rispetto sacrale per la magistratura. In questa situazione - ha detto il chirurgo dem - io ritengo che la politica deve risolvere i problemi della politica all’interno del proprio recinto, la magistratura affronta le questioni che sono di sua competenza nelle sedi appropriate». Ed è proprio quello che il Pd sta facendo: risolvere il problema - quello di Ignazio Marino - nella sede politica, sfiduciandolo con la richiesta di dimissioni, ritirando gli assessori dalla giunta. Un "recinto" politico chiaro a tutti, tranne forse al diretto interessato. E già perché il sindaco «marziano» una cosa l’ha capita prima di altri, la crisi del partito, che pure ancora rappresenta. Un partito che si trova a una svolta. Non per un sindaco che ha fallito il suo mandato, e per questo il capogruppo dem in Campidoglio, Fabrizio Panecaldo, sta già preparando l’"arringa" finale nel caso in cui Marino dovesse decidere di presentarsi in Aula Giulio Cesare per lo show finale. La capigruppo in caso di ritiro di dimmissioni si potrebbe tenere entro mercoledì e il Consiglio entro venerdì. E sì perché se il sindaco insiste, il Pd risponderà compatto. Per sopravvivenza. Dare la fiducia al primo cittadino contro l’indicazione del partito significherebbe l’uscita dal partito stesso. Un "lusso" che possono permettersi in pochi alla vigilia di una campagna elettorale che vedrà sulla barra degli imputati proprio il partito di Renzi. Il nodo dunque non è quello del Consiglio comunale, dove comunque il sindaco non avrebbe i numeri per una maggioranza, ma della militanza e dei parlamentini locali. Il commissario del Pd Roma, Matteo Orfini, non ha ancora chiarito se insieme all’Assemblea capitolina e alla giunta decadranno anche i 14 Municipi in carica (quello di Ostia è già commissariato per mafia e non parteciperà alle elezioni di primavera). Un’ipotesi sul tavolo dei vertici del Nazareno per ribadire la linea dell’azzeramento delle correnti. Un azzeramento che rischia tuttavia di buttare via il bimbo insieme all’acqua sporca. Mandare a casa i presidenti dei Municipi sarebbe un suicidio politico. «Sono pronto a lasciare il partito - dice uno di loro - e non parlo sono per me. Commissariare anche noi equivarrebbe a un vero e proprio golpe». A pagare insomma rischiano di essere i più "piccoli", mentre l’addio alle correnti, più volte invocato, verrebbe solo rinviato in nome di un accordo trasversale in grado di garantire candidato, e dunque primarie, e la possibilità di vincere ancora a Roma. Il «problema Marino», a conti fatti, appare quello realtivamente minore.

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