Una recente proposta di modifica normativa ha riaperto, nella Magistratura, la discussione sul sistema disciplinare. La critica che, nel nostro Paese, viene portata al sistema disciplinare, è quella di giungere alla punizione - in misura, va detto, di gran lunga superiore rispetto all’estero - di chi viola le regole, con un formalismo che non sanziona reali scorrettezze ma violazioni di regole formali, frutto, troppo spesso, di disorganizzazioni amministrative e gestionali su cui nessun magistrato è in grado di incidere. All’interno della Magistratura, tutto ciò viene recepito con differenti sensibilità: vi è chi esprime tutta la preoccupazione per un sistema così indirizzato, cerca di farne rilevare le nevralgicità e talvolta, con toni aspri, contesta l’incapacità, a suo dire, di un organo disciplinare che non tiene conto delle difficoltà che soffrono gli Uffici giudiziari, gravemente carenti di personale amministrativo. Molto più grave l’atteggiamento di quella porzione della Magistratura che rivela un moto di fatalismo rispetto a una situazione la cui analisi la quasi totalità dei giudici e dei pubblici ministeri condividono. Il vero pericolo, la minaccia reale a un sistema che vede tra le principali funzioni di uno Stato il controllo di legalità, è costituita dalla asseuefazione a un controllo condizionante che spinge a un conformismo governato da una prudenza. Il giudice che non sa rischiare spingendo la sua attività alla ricerca di nuove strade, che non vuole ascoltare l’avvocato che propone scelte innovative, che non prepara la via per un Legislatore che cristallizzerà in una legge quanto nelle sentenze è emerso, tradisce il proprio ruolo, diventa un pavido burocrate incapace di assumersi responsabilità. La prova di ciò è l’atteggiamento nei confronti delle ispezioni ministeriali, che un tempo rappresentavano l’occasione del capo dell’Ufficio e dei magistrati a lui sottoposti di evidenziare i risultati conseguiti e le pratiche adottate che potevano esser fatte conoscere agli altri Uffici, e oggi costituiscono solo un ineludibile momento in cui potrebbero esser rivelati errori di cui né il magistrato né la struttura organizzativa si sono mai resi conto. Ma ben vengano questi momenti se sono utili a sanare carenze organizzative, persino se servono a rilevare colpe che hanno portato a comportamenti che, in futuro, potranno esser eliminati. Purtroppo, all’esito di una ispezione, emergeranno, nella migliore ipotesi, carenze che potranno esser affrontate solo con una modifica organizzativa che, nella povertà del sistema, creeranno danni in altro settore, nella peggiore errori che assumono rilievo disciplinare. A tal proposito, si pensi a tutto il nuovo sistema del processo telematico nel settore civile, ove adempimenti che prima erano riservati alla segreteria sono oggi riversati sui giudici che richiedono ausilio, nel caratteristico non dire della legge, agli avvocati che evitano, in molte occasioni, di fornirlo ritenendolo al di fuori dei loro doveri, generando una sorta di conflittualità tra categorie professionali, con ricadute negative sul sistema. L’occasione per il riaccendersi della discussione è stata una proposta che vorrebbe sanzionare il ritardo nella iscrizione degli indagati, fatto che incide sulla durata delle indagini. Ma la proposta è vaga, chi la formula, forse, non ha idea del numero di procedimenti che quotidianamente giungono in una Procura, non sa, è da ritenersi, che tali Uffici, i cui magistrati sarebbero attinti da tale illecito, già fondano la propria attività sull’utilizzo di forze di polizia estranee alla struttura amministrativa civile del Ministero della Giustizia, che, in caso di approvazione, ancor più potrebbero esser distolte dai propri primari compiti di indagine. Almeno fino a quando anche questo non sarà illecito disciplinare per i magistrati.
Non solo punizioni Ai giudici date i mezzi
Le carenze organizzative e il lavoro delle Procure
