Assolto perché il fatto non costituisce reato. Assolto dopo un condanna in primo grado che evidenziò, a detta dei giudici, una “violazione comune e consapevole delle disposizioni di legge”. Per la giustizia, dunque Luigi De Magistris non ha commesso nessun reato, ragion per cui potrà rimanere inchiodato alla poltrona di primo cittadino di Napoli, dove l’avevano lasciato altri giudici nonostante la sospensione dovuta alla Legge Severino. Assolto, insomma, dopo che la madre di tutte le sue inchieste, «Why Not», si è sgretolata pezzo dopo pezzo e lo abbia condotto, per via del «controllo» del traffico telefonico di alcuni parlamentari senza la necessaria autorizzazione della Camera d’appartenenza, a subire una condanna a un anno e tre mesi cassata ieri in Appello. In fondo, a pensarci bene, sta tutta qui la storia di Luigi De Magistris. Un nome impresso nella mente degli italiani soprattutto per l’inchiesta-monstre sull’uso illecito di fondi pubblici in Calabria che ha prodotto centinaia di indagati, pochi imputati e molte assoluzioni. Why Not, dunque, la sconvolgente indagine-flop che nel corso degli anni ha portato alla fabbricazione di una impressionante quantità di dati provenienti dalle captazioni telefoniche e finita nell’ormai famoso «archivio» di Gioacchino Genchi (il superconsulente di De Magistris) che il Ros dei carabinieri ha vivisezionato per mesi. Per capirci, agli albori delle indagini salta fuori che sono state “schedate” 52 utenze del Csm, 14 della segreteria generale del Quirinale e persino l’ambasciata americana a Roma. Gli stessi militari del Raggruppamento speciale annotano che in quel «cassetto telematico» ci sono 13 milioni di intestatari di utenze e 351 milioni di cosiddette «righe di traffico telefonico», vale a dire chiamate. Il Copasir (Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti) spiega, inoltre, che nelle indagini Why Not e Poseidone (altra indagine fallimentare di De Magistris) l’esperto informatico ha «avuto notizia» di 392mila intestatari e 1.402 tabulati. Numeri mastodontici, che diventano ancora più inconcepibili se si calcolano anche i cosiddetti «record» richiesti (e non elaborati) alle compagnie telefoniche: dalla Telecom, ad esempio, Genchi aveva avuto una tranche di 150mila «anagrafiche», altre 97mila provenivano dalla Tim (la richiesta era per 300mila record), dalla Wind ne furono messe a disposizione 160mila e 68mila risultano quelle di H3G. Al di là dell’assoluzione in appello, che mette al sicuro la sua poltrona di sindaco, i metodi utilizzati da De Magistris nelle sue inchieste, Why Not compresa, lo portano, col tempo, davanti al Consiglio superiore della magistratura, che lo «punisce» senza tentennamenti. L’organo di autogoverno delle toghe, infatti, contesta all’ex pm 11 capi d’imputazione, e per sei di essi emette una condanna. L’accusa viene sostenuta dal sostituto procuratore generale della Cassazione, Vito D’Ambrosio, che nelle sue valutazioni non usa mezzi termini: «De Magistris - afferma - reagisce ai comportamenti dei dirigenti dell’ufficio con strumenti del tutto estranei agli strumenti del processo (...). Utilizza in modo arbitrario dati assolutamente non pertinenti al tema delle indagini, violando la privacy di soggetti terzi (...). Adotta comportamenti sleali nei confronti di colleghi co-assegnatari di alcuni procedimenti (...). Trascura l’osservanza dei termini sia nelle indagini sia in tema di libertà personale (...)». Fra le contestazioni accolte dal Csm, infine, una è riferita a due indagati la cui iscrizione non finisce nell’apposito registro ma su un semplice foglio di carta. Why (Not)?
Ma la sentenza non può cancellare abusi ed errori di un’inchiesta flop
Per la stessa indagine l'ex pm è stato condannato dal Csm
