Politica

"Così si sacrifica la libertà d’opinione"

La denuncia di Veneziani: "Temo conseguenze inquietanti"

Marcello Veneziani, saggista e direttore scientifico della Fondazione Alleanza Nazionale. La Camera ha approvato l’aggravante sul negazionismo. Una legge necessaria? «È un provvedimento che viola una civiltà giuridica. In quest’ultima, infatti, si distinguono i fatti dalle opinioni. Le opinioni possono essere deplorate, criticate, ma condannarle in sede penale significa creare un vulnus nel sistema giuridico appunto. Diventa ancora più grave, ciò, nel momento in cui alcune opinioni sono considerate reato e altre no. Negare i "Gulag", ad esempio, non lo è».     Negare la Shoah o altri genocidi, è stupidaggine o reato? «È una stupidaggine, un’inesattezza storica che va confutata con i dati. Quando qualcuno esprime un’opinione che è contraddetta dai fatti deve essere criticato. Ma da qui a condannare una persona ne passa. Anche perché l’uso che viene fatto di questo reato può essere ancora più inquietante».     In che senso? «Anche chi sostiene tesi semplicemente divergenti, sul piano della revisione storica, alla fine potrebbe essere accusato in qualche modo di compiere un reato diventando quindi passibile di una condanna».     Diversi storici e analisti di rilievo, da Sergio Luzzatto a Franco Cardini, hanno criticato l’introduzione di questa forma di «reato». Come mai il legislatore non li ha ascoltati? «Perché nel nostro Paese vi è un codice invisibile: il politicamente corretto. È lo stesso codice che ci porta a configurare il reato di omofobia o altri reati considerati in rottura con i codici ideologici del nostro tempo: ad esempio non ci sono reati per chi bestemmia e offende i Santi e la Madonna, ossia i punti salienti della tradizione cattolica, e invece sono considerati da condannare coloro che insultano e dileggiano le minoranze religiose. È una norma ideologica, questa, che viene fatta passare come norma a garanzia della libertà e del rispetto della storia ma è negazione della ricerca storica e della stessa libertà».     Dal Pd giurano che non sarà limitata la libertà di ricerca. «Considerando alcuni precedenti internazionali, penso a Irving e altri con i quali non sono assolutamente d’accordo, e considerando i problemi che hanno avuto - non solo le aggressioni fisiche ma anche le condanne penali - credo invece che sia una formidabile minaccia, anche dal punto di vista della ricerca storica. La libertà di esprimere delle critiche e delle opinioni, anche sbagliate, credo che debba essere accettata nella Costituzione. Se poi si diffama o si offende qualcuno allora ne risponderà la persona. Se si esprime una teoria o una tesi, per quanto bislacca, va condannata sul piano delle tesi, non su quello dei tribunali».     Lei chiederebbe la galera per chi, ad esempio, nega l’esistenza delle foibe? «No. Lo attaccherei, duramente, in sede polemica ma non mi sognerei mai di invocare una cosa del genere. Del resto se il reato fosse stato introdotto alcuni decenni fa, molti - anche esponenti di primo piano della nostra politica - sarebbero stati condannati, proprio perché negavano l’esistenza delle foibe».     Come si combatte il negazionismo? «Criticandolo e minimizzandone la portata. Se qualche stupido in qualche blog scrive una sciocchezza, qualcun altro gli risponderà, ma è bene che resti nell’ambito del blog. Finché non interviene una diffamazione».     Bastano le leggi ordinarie? «Sì. Un po’ come la storia del femminicidio. È una follia immaginare che ci sia un omicidio che sia più omicidio dell’altro».     Esiste o no un uso politico della storia? «Esiste ed è sempre esistito. Ne hanno fatto largo uso i vincitori. Esiste sia come oblio e dimenticanza di alcune pagine, sia come imposizione di una storia ufficiale che non corrisponde alla storia reale. Diciamo che il politicamente corretto è la correzione di questa ipocrisia sotto altre forme».     Lei, da direttore scientifico della Fondazione An, quali corsi di studio organizzerebbe sui lati meno indagati della storia? «Stimolerei la ricerca storica in questi punti sensibili, cercando di osservare altri punti di vista, confrontando dati ed esperienze diverse e mettendo a frutto lezioni di storici marginalizzati. Credo che per una fondazione di un’area che non si riconosce nel politicamente corretto sia prioritario studiare questi aspetti. Tutto ciò sarà presente nel nostro corso di formazione politica».     Con questo provvedimento non sarà più la stessa «storia»? «Il rischio c’è. L’unica fiducia che ho è che spero nella inefficacia delle nostre leggi. Perché nel nostro Paese tutte le idiozie e le forme di abuso sono temperate dalla inefficienza».

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.