Nomini Goffredo Bettini e dici molto, moltissimo. A lui sono legati Ignazio Marino - di cui non disconosce la paternità politica della candidatura a sindaco - Nicola Zingaretti - che definisce «un figlio» nonostante si sia ritirato due anni e mezzo fa dalla corsa al Campidoglio - e Maurizio Venafro. Nomini Goffredo Bettini e pensi subito al Modello Roma, agli anni d’oro del centrosinistra nella Capitale, a Francesco Rutelli e a Walter Veltroni. Nomini Goffredo Bettini e pensi al Pd, di cui è stato primo coordinatore nazionale. Nomini Goffredo Bettini e dici molto, moltissimo. Perché Bettini, vuoi o non vuoi, ha caratterizzato gli ultimi trent’anni della vita politica della sinistra. Entra nel ’77 nella segreteria nazionale dei Giovani comunisti quando il leader è Massimo D’Alema, col quale rompe, avvicinandosi quindi alla sua nemesi e catarsi, Walter Veltroni, e mettendo le basi per un rapporto politico che durerà una vita. Negli anni Ottanta è segretario romano del Pci prima e del Pds poi. A cavallo tra la Prima e la Seconda Repubblica è consigliere comunale a Roma e deputato. Nel 1993 la prima grande ribalta: è lui, infatti, il demiurgo del Modello Roma e lo stratega della vittoriosa candidatura a sindaco di Francesco Rutelli, di cui sarà assessore nella seconda giunta, prima di diventare consigliere regionale nel 2000, rientrare a Montecitorio nel 2001 e approdare a Palazzo Madama nel 2006. Nel frattempo tanta acqua passa sotto i ponti della politica romana. E Bettini è lì, a manovrarne le dighe. Dirige il neoinaugurato Auditorium, inventa la Festa del Cinema, consolida il Modello Roma nel settennato in Campidoglio di Veltroni. Poi, nel 2007, la grande scommessa: la nascita al Lingotto di Torino del Partito democratico, di cui è segretario proprio Veltroni e Bettini è il coordinatore nazionale. Un incarico per il quale lascia lo scranno in Senato. Ma lo zenith del potere coincide con l’inizio del lento declino di Bettini. Alle elezioni politiche del 2008 il Pd a vocazione maggioritaria ottiene sì il 34%, svuota sì l’estrema sinistra (per la prima volta nella storia non rappresentata in Parlamento), ma tutto ciò non basta per consentire al Mago Walter di battere il Pdl di Silvio Berlusconi. Le successive sconfitte alle elezioni regionali in Sardegna e in Abruzzo sono fatali al segretario, costretto a dimettersi. Oltretutto, nel 2008 avviene un evento storico: il centrosinistra perde le comunali a Roma per la prima volta nella Seconda Repubblica. Francesco Rutelli al ballottaggio va ko con Gianni Alemanno. Racconterà anni dopo Bettini: «Chiesi il congresso. Berlusconi aveva vinto le elezioni, ma Walter aveva costruito un partito del 34%: poteva guidare l’opposizione e preparare la rivincita. In direzione erano d’accordo con me Gentiloni e Tonini, Bersani era disponibile; gli altri erano contro. Veltroni fu costretto a creare il caminetto, a far entrare le correnti, che lo indussero alle dimissioni». Bettini viene esiliato. «Me ne andai all’estero. È ignobile e fa comodo dipingermi come uno che decideva tutto: ho vissuto anni di solitudine totale. Mi occupavo di cinema a Bangkok, Manila, Rangoon e ho scritto libri». Migliaia ne ha letti. Tra un libro e l’altro però Bettini medita il riscatto che arriva nel 2013, quando finisce il quinquennio di Alemanno in Campidoglio. La città vuole cambiare e il Pd sente odore di vittoria. Già, ma chi candidare? Le dimissioni, nell’autunno 2012, di Renata Polverini da governatrice del Lazio in seguito allo scandalo Fiorito spingono il Pd a dirottare Nicola Zingaretti dal Comune alla Regione. Anche se Bettini spiegherà: «A settembre (2012 ndr.) Nicola, che politicamente considero come un figlio, è venuto a dirmi che non se la sentiva». E allora primarie. «Regolarissime» per Bettini, ma il problema sono i candidati. In pista ci sono Patrizia Prestipino, Paolo Gentiloni e David Sassoli, «buoni candidati che però rischiavano di essere travolti dai grillini». Bettini così torna a fare il demiurgo, stavolta di Ignazio Marino. Prima a suon di interviste fa notare l’insufficienza delle candidature in campo, lasciando intendere la necessità di allargare il campo. Magari con Alfio Marchini. Ma quando quest’ultimo si defila, ecco Bettini tirar fuori l’asso nella manica: il churirgo marziano, candidato su cui puntare proprio perché alieno, ma gestibile. Il Pd romano non resiste al richiamo del leader e Marino stravince le primarie, diventa sindaco. Ma è tutt’altro che gestibile. E ne combina troppe. Dopo pochi mesi la sua insufficienza si palesa. Scoppia Mafia Capitale e Bettini, pur definendolo «molto bravo, ma solo e senza squadra», nel dicembre 2014 lo scarica: «Dovrebbe dimettersi». Una profezia avveratasi dieci mesi più tardi. Nel frattempo divampa la guerra delle correnti romane. Prima delle europee Bettini stringe un accordo con AreaDem di Dario Franceschini per il sostegno alla candidatura alla vigilia del congresso regionale che elegge Fabio Melilli segretario. Melilli è ancora in carica ma il partito non l’ha mai gestito: la segreteria viene nominata e azzerata, le liste per le europee sono uno psicodramma, le amministrative vanno male, i candidati per province e Città Metropolitana una guerra senza quartiere. Bettini però ne esce bene: gli accordi con AreaDem tengono, l’asse franceschinian-zingarettiano gli garantisce oltre 90mila voti e lo elegge al Parlamento europeo. Goffredo prende a randellare il Pd romano squassato dal correntismo e non proferisce parola sui suoi due «figli diseredati» Marino e Zingaretti. Il sindaco lascia e una stagione si chiude definitivamente con un fallimento politico senza precedenti a Roma, coinvolgendo inevitabilmente anche il demiurgo Bettini, in esilio di nuovo, a Bruxelles, con l’idea magari di cominciare a preparare la rivincita.
Il mago del Modello Roma è inciampato su Ignazio
Ritratto di Goffredo Bettini, "padre" della candidatura a sindaco di Marino
