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La sinistra italiana trema per Lula. I fan del compagno brasiliano

Per vent’anni lo hanno idolatrato, da Schlein a D’Alema fino a Bonelli e Conte. Ora temono che sia al tramonto, così ordine di scuderia: tutti zitti sul voto 2022

Tutti zitti ieri dopo il primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile. Per oltre vent’anni Luiz Inácio Lula da Silva è stato molto più di un presidente straniero per una larga parte della sinistra italiana. Lo hanno coccolato, abbracciato e venerato. È stato un simbolo, un modello politico all’insegna di statalismo, assistenzialismo, ecologismo ideologico e spesa pubblica fuori controllo.

Oggi, però, quel “modello”, il «lulismo», è appeso a un filo. Nel primo turno di domenica Lula si è piazzato secondo, con il 45,16% dei voti, dietro a Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair, al 47,03%. Il ballottaggio è fissato per il 25 ottobre.

È un risultato che ha sorpreso soprattutto perché i sondaggi della vigilia davano Lula in testa. Il voto reale ha raccontato un’altra storia: il presidente uscente non solo non ha chiuso la partita al primo turno, ma si presenta al ballottaggio da inseguitore.

È proprio questo il momento in cui vale la pena rileggere la lunga storia dell’innamoramento della sinistra italiana per il «calamaro» Lula. Un rapporto cominciato quando il leader sindacale del Partido dos Trabalhadores sembrava incarnare la riscossa dei poveri dell’America Latina e diventato negli anni un punto di riferimento per riformisti, progressisti, ecologisti e sinistra radicale.

Il primo grande sostenitore italiano fu Massimo D’Alema. Nel 2002, durante la campagna che avrebbe portato Lula alla presidenza, il leader dei Ds si recò in Brasile e sostenne apertamente la sua candidatura. D’Alema parlava della necessità di «aprire una nuova stagione e tornare a vincere» attraverso «una nuova sintesi tra il riformismo democratico dei paesi ricchi e le esigenze di cambiamento e di emancipazione della grande parte del mondo».

Pochi mesi dopo disse: «La comunità internazionale deve aiutare Lula». Gli incontri tra i due sono proseguiti negli anni. Nel settembre 2018 il “leader Maximo” fece addirittura visita in carcere al compagno Lula, definendo la sua detenzione una «condanna mostruosa».

In effetti, poi, quella condanna fu annullata integralmente. In quello stesso anno anche Andrea Orlando, insieme a una delegazione del Pd, si spinse fino al carcere di Curitiba, trasformando la detenzione del leader brasiliano in un palcoscenico per accreditarsi come paladini della giustizia internazionale e della “sinistra globale”, ignorando le pesanti ombre giudiziarie dell’epoca.

Nell’universo piddino l’entusiasmo per Lula in passato ha contagiato un po’ tutti. Anche Elly Schlein non ne è rimasta immune. Il 21 giugno 2023, durante la visita del presidente brasiliano a Roma, la segretaria dem lo definì «un simbolo straordinario di lotta, di riscossa e di rivincita delle persone più deboli su una destra estrema».

Con lei c’era Giuseppe Provenzano, allora responsabile Esteri del partito, che definì l’incontro «importante» per «la difesa e la promozione della democrazia e dei diritti umani, la lotta alle disuguaglianze e all’emergenza climatica», indicandolo come occasione per costruire un «nuovo multilateralismo». Provenzano immortalò quel fatidico momento con un abbraccio strettissimo poi puntualmente postato sui social.

Ma l’innamoramento per il lulismo è trasversale. Nel 2022, dopo la vittoria contro Jair Bolsonaro, Giuseppe Conte salutò il ritorno di Lula al Planalto con parole inequivocabili: «La sfida di Lula per rilanciare equità, giustizia sociale e ambientalismo parla ai progressisti di tutto il mondo». E aggiunse: «Il popolo brasiliano ha scelto la strada della giustizia sociale e climatica ed oggi rialza la testa per guardare con fiducia alle grandi sfide globali. Bom trabalho».

Come dimenticare, invece, la caccia al selfie di Angelo Bonelli, che nell’ottobre dello scorso anno colse l’occasione del Forum FAO a Roma per esaltare la retorica ambientalista e pacifista di Lula. Ieri Bonelli non si è scordato del compagno brasiliano. Per il co-leader di Avs, quello brasiliano «è un voto cruciale per il mondo», con Lula perno addirittura di una «grande alleanza internazionale in difesa della democrazia, del diritto internazionale e del pianeta».

Poi, andando a ritroso negli anni, c’è anche un capitolo meno celebrato: quello di Giorgio Napolitano. Il 10 novembre 2008, al Quirinale, il presidente della Repubblica accolse Lula in visita di Stato.

Nel brindisi ufficiale elogiò «la crescita economica e il forte riscatto sociale» ottenuti dal Brasile sotto la sua guida e sottolineò il «ruolo globale e non solo regionale» assunto dal Paese. L’idillio, però, sarebbe durato poco.

L’anno seguente esplose il caso Cesare Battisti. Il Brasile aveva concesso all’ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo lo status di rifugiato politico. Napolitano reagì scrivendo a Lula per manifestare «stupore e profondo rammarico».

Nel 2010, dopo la decisione brasiliana di negare l’estradizione, il Quirinale parlò di «profonda delusione, amarezza e contrarietà», giudicando quella scelta «tanto infondata quanto insensibile alle garanzie dell’ordinamento giuridico e alla tradizione democratica del nostro paese».

Molti anni dopo arrivò il mea culpa. Lula riconobbe di avere sbagliato e, nel 2021, disse: «Su Cesare Battisti ho sbagliato. Gli ho creduto, aveva torto. Era colpevole». Poi rivolse le sue scuse «al popolo italiano» e al «compagno Napolitano».

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