C’è un «ultimo giapponese» per cui il congresso infinito di An continua e che si candida plasticamente a essere lui lo sfidante di Giorgia Meloni. L’indole del personaggio, si sa, non è quella di chi si fa da parte facilmente: nonostante l’ultima sconfitta della serie - o ultima fermata - sia datata giusto qualche ora fa, Gianfranco Fini non molla. E il giorno dopo il risultato dell’Assemblea della Fondazione Alleanza nazionale (con la vittoria su simbolo e costituente a Fratelli d’Italia) il suo «spettro» si è manifestato: «Nelle ultime settimane tra gli iscritti alla Fondazione sono stati tanti gli ex dirigenti e iscritti ad An (e non solo tra chi aderì a Futuro e Libertà) che mi hanno chiesto cosa pensavo e cosa a mio avviso fosse opportuno fare», ha ammesso sul sito del suo think tank Liberadestra. Di fatto la conferma delle indiscrezioni sulla sua longa manus nell’operazione «ripartire dalla Fondazione». E forse la conferma che - come si legge su alcune ricostruzioni - sia stata proprio sua la telefonata a convincere lo sherpa finiano Roberto Menia a stoppare la trattiva in extremis con Ignazio La Russa e a costringere i «quarantenni» alla conta. E se è letteratura ormai la scarsa dimestichezza dei finiani con la gestione dei numeri - celebre la mancata sfiducia al governo Berlusconi - un nuovo capitolo della vicenda è destinato a diventare la dichiarazione di guerra che arriva da Fini: «La verità incontestabile e sotto gli occhi di tutti, anche di chi in malafede afferma il contrario, è che oggi c’è, tra chi votava An e quindi anche tra chi ne faceva parte, il desiderio di una politica di Destra molto diversa da quella di Giorgia Meloni». Certo, prima di declinare la «destra sono io» - e anche qui è indole - l’ex leader di An non si risparmia di sferrare qualche gancio. A partire dalla Fondazione che «continuerà a fare quel che ha fatto fin qui (cioè ben poco)», per proseguire con i «colonnelli» di FdI e Forza Italia «messi in liste di nominati»; anche se il vero obiettivo polemico è lei: la vincitrice Giorgia Meloni. «La questione è sempre la stessa - scrive - il confronto è tra chi vuole una destra aperta e autonoma nella sua specificità culturale e chi la preferisce chiusa, autoreferenziale e di fatto subalterna oggi a Salvini come ieri a Berlusconi». Qui arriva l’affondo velenoso: «Quando An la indicò quale vicepresidente della Camera e poi quale ministro, anche Giorgia Meloni era convinta di ciò. Oggi ha cambiato opinione ed è lecito, ma non può pensare che tutti siano disposti a farlo in modo così disinvolto». Insomma, per Fini lo iato tra la sua destra - che rigetta il «neo-nazionalismo egoista che ha bisogno di nemici, meglio ancora se occulti, da indicare come cause dei problemi italiani: l’euro, la dittatura di Bruxelles, gli immigrati invasori» - e quella sovranista di Fratelli d’Italia (l’altroieri sancito una volta per tutte da Meloni stessa) è totale. Discorso diverso, a suo avviso, quello con il resto della destra in diaspora sulla quale lancia una vera e propria Opa. Se è vero, come spiega lui stesso, che su molti punti - immigrazione, euro, Ue - è in disaccordo con le tesi di Gianni Alemanno, «nonostante le apparenze, non è detto che il peggio debba ancora arrivare. Un confronto serrato e su alcuni temi anche aspro può essere salutare per l’intera comunità politica che si riconosceva in An. A condizione che volino le idee e non gli insulti. Se accadrà, gli amici di Libera Destra non si sottrarranno al confronto». E gli altri sconfitti che dicono? Per il portavoce di Prima l’Italia Marco Cerreto con il voto dell’Assemblea «si è sprecata una grande occasione, quella di far confluire in un grande progetto politico anime e energie della destra diffusa. Ha prevalso di pochissimo la volontà da parte dei vertici di Fdi e Fi di tenere tutto immutato». La componente che si riconosce nelle posizioni di Alemanno - come aveva preannunciato lui stesso l’altroieri - è pronta da parte sua a rilanciare e «a continuare il dialogo con quanti vorranno seriamente dimostrare di arrivare a questo risultato. Se si è sprecata un’occasione, questo non significa che non ve ne possano essere altre a breve».
Gianfranco non ci sta e «torna in campo»
L'ex leader di An: "Pronto a confrontarmi con chi non si sente subalterno a Salvini e Berlusconi". Poi rivela: "Tanti mi hanno chiesto consigli per l’assemblea"
