Politica

Bossi si rassegna alla Lega d’Italia

Il colloquio: "Costretti dall’Italicum Matteo? Faccia il sindaco di Milano" LEGGI ANCHE Salvini:"Partito unico? Deciderà il congresso"

La Catalogna che alle elezioni regionali ha sostenuto i partiti dell’«indipendenza» dalla Spagna lo ha messo di buonumore. «È una bella notizia. È un messaggio politico che arriva. Certo, questa Europa, gli accordi già fatti dagli Stati restano sempre lì...». Umberto Bossi in Transatlantico, tra un pugno simulato e uno affondato (delicatamente) ai suoi collaboratori, pensa comunque che il risultato del voto catalano «debba riproporre anche da noi il tema del cambiamento dello Stato. Qui si è messo di mezzo Napolitano, sennò il federalismo era già passato». Tutto sta nel capire, adesso, come questa “onda” si possa coniugare con il momento particolare della Lega Nord che si appresta a uno storico cambio di paradigma con l’evoluzione nazionale dietro le porte. Il «Senatur» con Il Tempo non si scompone all’idea. La prende con realismo: «Mi pare che il sistema stia andando in quella direzione lì». Si dice sistema, si legge Italicum. Per affrontare questo sistema, dettato dalla legge elettorale, l’intuzione a cui starebbe lavorando da tempo Matteo Salvini quello di una Lega dei popoli «che semini ovunque l’idea di libertà» non è un’eresia. Non è giornata di polemiche interne questa per Bossi: sembrano distanti anche i toni e le polemiche che hanno accompagnato la vigilia del raduno di Pontida, quando l’ex capo leghista tuonava, riferendosi proprio a Salvini, che «la Lega "nazionale" non esiste, se la faccia da solo». Certo, per il Senatur oggi un dato resta inamovibile: «La Lega Nord resta». Con o senza l’articolo 1, quella che rilancia l’indipendenza della Padania? Smette di camminare. «Ci penseremo. Da qui al congresso c'è tempo. Non ho ancora le idee molto chiare». Anche per il fondatore del Carroccio, insomma, l’evoluzione del quadro politico non può non coinvolgere l’unico partito reduce dalla Prima repubblica. Che non ci siano più totem lo si capisce da come commenta l’uscita di Matteo Salvini che ha chiuso all’ipotesi di sostenere Silvio Berlusconi come candidato premier: «Anche lì sarà la realtà a dire come stanno le cose». L’infatuazione sul metodo però, non lo convince. «Le primarie? Io gli accordi li ho sempre fatti sui programmi. E oggi il primo tema dev’essere il federalismo». Il nodo è: chi deve intestarsi la guida del centrodestra. Matteo Salvini? «Mi auguro di sì - continua - ma non credo che Berlusconi possa esiliarsi». Bossi, poi, rilancia così il suo concetto di squadra: «Occorre avere la capacità di sapersi mettere a disposizione». Proprio in quest’ottica a Milano, più che Paolo Del Debbio, Bossi vedrebbe bene l’attuale leader della Lega: «Il miglior candidato è Salvini». Resta, comunque, il tema dell’evoluzione della sua Lega, lui che fu pionere dello sbarco al Sud del partito di Alberto da Giussano ma che allo stesso tempo ha sempre ritenuto irrinunciabile il profilo regionale e indipendentista del Carroccio. Anche qui Bossi non fa troppa fatica ad ammettere i meriti del giovane segretario: «Io mi ponevo il problema di seminare il più possibile su tutto il territorio, per mettere a riparo il messaggio dagli attacchi degli avversari. Oggi a quanto pare Salvini ci sta riuscendo. Forse è stato più bravo di me». In attesa del congresso federale del Carroccio, sono in tanti a interrogarsi sugli scenari dell’opzione chiamata «Lega dei popoli». Su Libero il sociologo Arnaldo Ferrari Nasi ha spiegato come sia «la maggior parte di chi oggi vota Lega a non essere in disaccordo, quasi due su tre», anche se «un consistente 34% non rinuncerebbe allo storico simbolo». Certo, con un nuovo partito si rischierebbe di perdere circa 2 milioni di voti ma «la stessa ricerca dice, però, che un partito nuovo potrebbe avere avrebbe un bacino molto ampio da cui attingere. Il centrodestra non padano vale circa oltre 5 milioni di voti; gli indecisi ne valgono quasi quattro: in tutto circa 9 milioni di voti; oltre al 3.500.000 leghisti rimanenti».

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