Il dossier con le accuse formali non è ancora arrivato, mentre la Farnesina e l’Ambasciata in Camerun con delega in Guinea stanno seguendo il caso con estrema attenzione. Di fatto, però, cinque italiani sono bloccati da marzo nel paese africano, alcuni in carcere altri privati del passaporto, considerati colpevoli di reati di cui ancora i legali non hanno piena contezza. Si tratta dei romani Filippo e Fabio Galassi, padre e figlio, Fausto e Daniel Candio (anche loro padre e figlio) e di un quinto uomo che ha scelto di non divulgare le proprie generalità per motivi familiari. Lunedì scorso davanti all’Ambasciata della Guinea a Roma si è svolta una manifestazione in solidarietà dei nostri connazionali e venerdì, alle 20.30, si svolgerà anche una fiaccolata in via della Conciliazione. L’ansia della famiglia cresce di giorno in giorno. Carla Strippoli e Patrizia Galassi, madre e sorella rispettivamente di Filippo e Fabio Galassi, attraverso Il Tempo hanno già lanciato un appello alle istituzioni «perché si occupino dei nostri familiari detenuti in Guinea. Non si sa per quale motivo sono in carcere da mesi senza un capo di imputazione. È dal 21 marzo che un uomo di 61 anni si trova in un carcere della Guinea equatoriale. La nostra è una vita lacerata». La vicenda ha mosso anche la politica. «Esprimiamo piena solidarietà e sostegno ai famigliari dei 5 italiani sequestrati da mesi, senza neanche un capo d’imputazione. Puntiamo il dito contro la Farnesina e i passi, peraltro risibili, della diplomazia italiana, peraltro già artefice del "capolavoro" sui marò: chiediamo luce su questa assurda vicenda», hanno dichiarato in una nota il consigliere regionale del Lazio Fabrizio Santori e l’ex vicepresidente del Consiglio comunale di Roma, Fabio Sabbatani Schiuma, rispettivamente presidente onorario e segretario nazionale del movimento Riva Destra. «Le interpellanze parlamentari presentate dai democratici - hanno aggiunto - sono lacunose e contraddittorie: a tal proposito stiamo fornendo nuovi dati per ripresentarne altre, più complete e chiare». L’incubo di Fabio e Filippo è iniziato il 21 marzo scorso, quando la polizia guineana li ha arrestati con l’accusa di tentare la fuga dal paese con le valigie cariche di soldi. Non è chiaro se questo denaro, ove mai fosse esistito, è considerato il frutto di una truffa, di una frode o forse un furto. In ogni caso quello che lega i cinque italiani è il fatto di essere dipendenti dell’azienda General Work, con sede appunto in Guinea, e che sarebbe stata in gravi difficoltà economiche. In ogni caso nei bagagli gli agenti hanno ritrovato solo effetti personali, ma l’esito negativo della perquisizione non ha comunque impedito l’arresto e i due sono stati condotti in carcere. Il 25 marzo Filippo viene rilasciato, ma privato del passaporto, mentre il padre continua a restare in carcere. Il 24 giugno, però, la situazione si complica ulteriormente. Mentre Fabio è in Tribunale, Filippo viene arrestato nuovamente insieme a Daniel, mentre a Fausto viene tolto il passaporto, così come ad un quinto dipendete della stessa azienda. Da questo momento in poi inizia una vera e propria odissea. Nonostante siano passati mesi le autorità guineane non hanno ancora formulata alcuna accusa formale e il dossier con i capi di imputazione non è ancora arrivato ai legali. L’avvocato della famiglia Galassi, Renato Boccafresca, attraverso Il Tempo, nelle settimane scorse ha annunciato di aver «mandato una lettera di messa in mora alla proprietaria dell’azienda, per avere la documentazione relativa ai suoi dipendenti perché, anche se non formalmente, l’accusa è legata all'azienda o a chi ne era responsabile». Da alcuni elementi raccolti dalla famiglia, infatti, la General Work aveva problemi economici tali da non consentire il pagamento degli stipendi da mesi. Forse a causa della mancata entrata delle commesse da parte dello Stato. L’azienda, inoltre, era partecipata da Teodorìn Nguema, figlio del presciente guineano, destinatario di un mandato di cattura internazionale emesso dalla Francia con l’accusa di riciclaggio di denaro e appropriazione indebita di soldi pubblici e processato in America per riciclaggio di proventi di attività corruttive. Il rampollo guineano era in affari anche con Roberto Berardi, un altro imprenditore italiano detenuto in Guinea e rilasciato a luglio scorso, sempre per vicende legate a presunti ammanchi di soldi nell’azienda.
Ancora quattro italiani prigionieri in Guinea
Venerdì fiaccolata davanti al Vaticano
