L a sentenza con la quale la Grande Camera del Tribunale di Strasburgo ha rigettato il ricorso del governo contro l’"assoluzione" di Bruno Contrada da parte della Corte europea, non segna solo la vittoria di un uomo che per decenni si è battuto a difesa dello Stato per poi vedersi scaraventare dietro le sbarre senza prove, ma assesta un colpo decisivo a tutti coloro che hanno storto il naso tentando di aggrapparsi ad argomenti poco convincenti e a sentenze improbabili. La decisione della Grande Camera, infatti, dà torto, innanzitutto, all’ex pm Antonio Ingroia, che di fronte alla prima pronuncia del Tribunale Europeo che dava ragione a Contrada, aveva accusato la Cedu di aver preso una «solenne cantonata»; dà torto anche al giudice Antonio Esposito (quello del caso Berlusconi), il quale, pronunciandosi su alcuni condannati per concorso esterno in associazione mafiosa che avevano invocato la sentenza della Corte europea, ha parlato, sbagliandosi clamorosamente, di «matrice esclusivamente ed inequivocabilmente normativa», e dunque non giurisprudenziale, di quel reato; dà torto pure a molti giornalisti e giuristi, che pur di non ammettere che Bruno Contrada non poteva davvero essere condannato, si sono appellati alla stessa teoria del giudice Esposito, in qualche caso anche prima che lo stesso magistrato la mettesse nero su bianco; infine dà torto al governo italiano, che pur condividendo la tesi della natura giurisprudenziale del concorso esterno, si è schierato contro il ricorso di Contrada per ben due volte, la seconda delle quali in extremis. La ragione, insomma, stavolta sembra stare solo da una parte: quella del superpoliziotto.
Le ragioni del superpoliziotto
Così l’Europa sbugiarda i colpevolisti a tutti i costi